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Alice in Wonderland: un sogno poco burtoniano

25 marzo 2010

Un'immagine da "Alice in Wonderland" di Tim Burton

Alice in Wonderland è nelle sale e sta incassando moltissimo, i produttori sono felici e i bambini sanno già a memoria le battute (parola d’onore: domenica scorsa al cinema una marmocchia anticipava ogni dialogo). Eppure Alice di Tim Burton non è il genere di film che ci saremmo aspettati dal regista di Edward mani di forbici. Un mondo schizofrenico, autistico, lisergico come il Paese delle Meraviglie meccanizzato da Burton, dalla sua ossessione per la morte, per lo spavento, per la deformità, per la pazzia doveva o quantomeno poteva osare. Invece no: una festa di colori anestetizzati dai cupi occhiali in 3D, una storia che non si sbilancia, una povertà di tematiche nere e un lieto fine tremendamente atteso. Alice all’acqua di rose.

Il problema, però, è più grave del previsto. Da Burton non ci saremmo aspettati “qualcosa di diverso” ma “qualcosa di già visto”. Ci riferiamo a quello che dieci anni fa fece American McGee, un creatore di videogame che all’epoca dei fatti aveva poco più di venticinque anni e di mestiere disegnava livelli per la id Software. Nel 1998 entrò in Electronic Arts e prese le redini di un progetto dedicato all’Alice di Lewis Carrol e due anni dopo uscì American McGee’s Alice. La trama del videogame è sorprendentemente simile a quella del film di Burton: Alice è richiamata nel Paese delle Meraviglie, la Regina Rossa ha soggiogato il regno portando un’era di terrore e decadenza. La differenza con Burton è però abissale. Alice non è infatti una nobile inglese, bensì una ragazza catatonica e autolesionista, impazzita dopo avere assistito impotente al rogo dei propri genitori in un incidente domestico. Il regno delle meraviglie è una landa corrotta, contorta, deformata. I personaggi parlano un linguaggio criptico, si esprimono in rima dando luogo a poesie intraducibili. I buoni si fanno cattivi, i cattivi si fanno spietati. La corsa del Bianconiglio si conclude senza preavviso in un bagno di sangue. Il Cappellaio Matto, ossessionato dal tempo, diventa un maniaco che si autoinnesta elementi a orologeria.

Un'immagine tratta da "American McGee's Alice"

L’intero videogame è la costruzione di un incubo di Alice, con elementi che si compongono lentamente materializzando le più grandi angosce della ragazza. Il Ciciarampa, ad esempio, è costituito da pezzi della casa bruciata dove Alice ha visto morire i suoi genitori. Il castello della Regina Rossa, infine, è un viaggio all’interno delle viscere della stessa Alice, il momento in cui la fanciulla deve affrontare la sua più grande paura: se stessa. Al contrario il mondo del film burtoniano, come ammette la stessa Alice nel film, è un sogno. Il suo sogno. La dimostrazione che Tim Burton ─ ogni tanto e nostro malgrado ─ dorme tranquillo.

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