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Rosemary’s Baby

25 marzo 2010

Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans. durata 137 min. - USA 1968

Guy e Rosemary Woodhouse si trasferiscono in uno splendido palazzo newyorkese, fiduciosi che tale mossa sia di buon auspicio per la carriera di lui, attore che per ora ha trovato lavoro solo in alcune rappresentazioni minori e pubblicità televisive.
Nel palazzo, noto per alcuni tragici avvenimenti del passato, i due sono vicini dei Castevet, una coppia di ricchi anziani, rumorosi, impiccioni e strani, che ben presto stringono amicizia con Guy e ne monopolizzano velocemente l’attenzione.
La carriera dell’attore comincia a decollare seriamente e ottiene una parte importante, complice un tragico incidente occorso all’attore che aveva ottenuto il ruolo. Guy, rassicurato dall’occasione e dalle prospettive economiche cerca quindi di avere un figlio da Rosemary e, in seguito a una cena, la moglie si sente male, ha incubi e allucinazioni che non sembrano però frenare la volontà di suo marito.
Rimasta incinta, Rosemary si ritrova progressivamente sempre più sola: il marito sembra considerarla esclusivamente come una incubatrice del figlio e divide il suo tempo fra la carriera e i Castevet che peraltro, molto invadenti, consigliano la futura mamma su ogni singolo decisione, piccola o grande che sia, affidandola alle cure di un loro amico, uno dei migliori ginecologi della città.
Rosemary vive molto male la gravidanza, sia fisicamente che psicologicamente e quando comincerà a collegare alcuni indizi, anche grazie all’aiuto di un anziano scrittore suo amico, la terribile verità comincerà a farsi strada e Rosemary si convincerà che i Castevet e alcuni loro amici non sono gli innocui vecchietti che sembrano…

Tante, tantissime sono state le parole già spese a proposito su tutto ciò che riguarda Rosemary Baby tra dati tecnici, analisi teoriche e semiologiche. In particolare sono state elogiate l’azzeccata scelta del Dakota Building come setting della vicenda, l’inquietante colonna sonora opera di Krzysztof Komeda; il cast perfetto in particolare per quanto riguarda Mia Farrow, in grado di passare da un erotismo da urlo a una condizione di disperato fantasma, che reca in volto tutto il dolore, la confusione, la perdita di una già scarsa identità e la paranoia montante; la qualità eccelsa delle sequenze oniriche, un Buñuel in lucido acido fra demoniacci e jet set che sorbisce il gin tonic brindando allo stupro dell’avvenire.
In tutti i suoi 137 minuti non troverete nessuna traccia di elementi soprannaturali, ci sono solo indizi che si collegano per poi sciogliersi e intricarsi con più forza che trattengono il film in bilico su una corda tesa pronta a spezzarsi. Lo spettatore non viene guidato lungo un sentiero ma è lasciato libero di unire i puntini disseminati lungo la trama liberando interpretazioni molteplici, e caricando sulle spalle del guardante un lavoro impegnativo.
A rimetterci aimè è la figura della donna. Prima incapace di prendere una decisione senza le redini maschili a direzionarla verso una maternità tutt’altro che rosea. Il marito le consiglia chi frequentare, disapprova il taglio dei capelli, suggerisce gli alimenti di cui cibarsi e i libri da evitare e giunge rapidamente a trattarla come un semplice mezzo per raggiungere uno scopo.
Ovviamente il finale sancisce questa sottomissione totale: drogata, stuprata, usata in ogni modo, sottomessa e ridotta a oggetto-incubatrice, privata di tutto, persino del latte che le viene asetticamente aspirato dal seno, Rosemary sceglie come unica reazione possibile l’accettazione del ruolo di madre, anche se di un bambino-mostro che sarà “suo figlio” solo finché piacerà a una volontà esterna.
Indispensabile la visione per qualsiasi cinefilo che si rispetti.

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