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Parla Bahman Ghobadi, regista del film I gatti persiani

10 aprile 2010

Esordisce con un ringraziamento verso l’Italia e gli italiani (che ritiene fisicamente indistinguibili dagli iraniani), Bahman Ghobadi, il regista de I gatti persiani, film che racconta l’Iran (e il suo cinema) in modo insolito, con una forma da docufiction che ci porta alla scoperta di numerose band musicali giovanili di Teheran. Ringrazia, Ghobadi, perché sostiene che nessun altro paese come il nostro abbia sostenuto la Rivoluzione Verde. E I gatti persiani, per ammissione del suo regista, è un film che mira a sostenere quel movimento e quell’energia. “Avevo molta paura di girare un film del genere, un film sul rock e sui giovani” racconta Ghobadi, “sapevo di correre grandi rischi, che poteva essere la fine della mia carriera. Ma il coraggio, e l’energia me l’hanno date proprio i ragazzi che vedete protagonisti della storia, che mi hanno dimostrato come anche senza permessi

Il film di Ghobadi ha scandalizzato l'Iran

ufficiali si possa comunque fare musica, fare film, inseguire i propri sogni. E sono felice di averlo fatto, e di averlo fatto in questo modo. Più che il regista de I gatti persiani, mi sento un ponte che ha aiutato quei ragazzi a farsi vedere e conoscere.” I gatti persiani infatti, per i suoi temi e il mondo che racconta, quello di movimenti underground non necessariamente politici ma artistici “illegalmente”, è stato girato in clandestinità, di corsa, in soli 18 giorni, durante i quali il regista e la sua troupe sono anche stati posti in stato di fermo un paio di volte. “Ho girato così in fretta per due motivi,” spiega il regista. “Primo perché molti dei ragazzi che “recitano” nel film avrebbero lasciato il paese di lì a poco; secondo perché volevo dare il senso della loro irrefrenabile energia, del loro dinamismo. Girando, sapevo che sarebbe stata la fine della mia carriera in Iran, e volevo allora mostrare il più possibile. Il 90% del mondo artistico e culturale iraniano rimane sommerso, clandestino, invisibile. Il mio film è l’occasione di un frammento di quel mondo di farsi conoscere dentro e fuori l’Iran.” Dopo aver vinto il premio della giuria nella sezione Un certain regard a Cannes lo scorso anno, Bahman Gohbadi è stato arrestato al momento del suo rientro in Iran. Poi rilasciato, ha abbandonto il paese, ma ha voluto distribuire (illegalmente ma gratuitamente) il film in Iran: “Volevo che anche gli altri ragazzi lo vedessero. So che in molti sono rimasti colpiti dalla realtà che raccontiamo, come lo sono stato io girando. Voglio che sappiate che nulla nel film è inventato: né i luoghi, né le band, né le situazioni.” Gohbadi vede proprio nelle giovani generazioni iraniane la scintilla e la spinta per un cambiamento nel paese che ritiene inevitabile. “È cambiato molto dal festival di Cannes a oggi. Sono cambiati i ragazzi, sono cambiato io. In tutto il paese c’è un fermento che grida al cambiamento. Quando giravamo il film, potevo sentire che i giovani stavano per esplodere: dopo le elezioni del giugno 2009, sono esplosi davvero. E anche se c’è stata repressione, qualcosa è cambiato definitivamente. È come se un ragazzo fosse stato tenuto a lungo con la testa sott’acqua, poi fosse riuscito a prendere una boccata d’ossigeno. Anche se la sua testa ora è di nuovo sott’acqua, sa che riuscirà a respirare di nuovo, e sa che voi lo state guardando da fuori, e questo lo aiuta. Una piccola pietra è stata ormai scagliata contro il parabrezza del regime, e lo ha incrinato. O lo si cambia, o è destinato a crollare in mille pezzi.” Un regime, dice il regista, che agisce censurando per paura: “Anche l’arresto di Jafar Panahi è stata una mossa per spaventare gli altri registi, di cui il regime ha paura. Mi dispiace per Panahi, perché è molto sensibile, e dalla prigionia uscirà artisticamente morto. Ma tarpare le ali agli artisti e ai giovani è un segno di grande paura. La musica, ad esempio. Loro dicono che sia haraam, vietata, contro la legge del Corano. Ma anche loro la ascoltano, la ballano. Hanno solo paura delle voci dei giovani e degli artisti.” Ghobadi si rammarica però che quando si parla di Iran, arte e politica siano sempre connessi. “Vorrei si parlasse dei film a prescindere dalla politica, che si apprezzi l’arte iraniana anche al di fuori del suo contesto politico.” Ad esempio ci tiene a sottolineare come il suo film sia diverso da buona parte del cinema del suo paese: “Volevo una forma diversa, per uscire dalla ripetitività di cui veniamo giustamente accusati. Parlare direttamente del problema della censura, parlare di musica, della vera Teheran, città piene d’energia, che adoro. Piena d’energia e di problemi: e io volevo mostrare entrambe le cose”. Dopo aver spiegato poi che il titolo del suo film fa riferimento alla sensibilità dei gatti, animali che richiedono gentilezza come i giovani, una gentilezza che viene negata dal regime, Gohbadi ha rivendicato il suo ruolo di esiliato: “Vorrei tornare nel mio paese, ma così posso parlare al mondo di quel che succede lì. Voglio essere un rivoluzionario in esilio, un militante della parola contro il regime. E per voi ho una preghiera: non parlate solo delle questioni sull’atomica o sui mullah, quando parlate dell’Iran, ma raccontate della realtà positiva che descrivo nel film. L’Iran è come una giovane ragazza bella, intelligente, dinamica, cui è stato fatto indossare un pesante chador e occhiali scuri. La sua immagine non è moderna, non è attraente. Ma sotto quegli abiti è ancora lei, e merita di essere scoperta.”

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