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The Cove, l’eco-film sulla mattanza dei delfini

7 maggio 2010

Anche se sono passati due mesi dalla notte degli Oscar, vorrei riproporre il film vincitore del premio per il miglior documentario “The Cove”, di Louie Psihoyos. The Cove, che in italiano significa baia, denuncia quello che avviene, ogni anno a settembre, in un minuscolo specchio d’acqua a Taiji, in Giappone. E protagonisti sono i delfini e la loro mattanza,  legata ad un traffico da 2 miliardi di dollari all’anno, sospeso fra la legalità e il coinvolgimento della Yazuka, la mafia giapponese, un business che condanna migliaia di creature a un destino di morte, che provoca lo sconvolgimento degli equilibri del mare e perfino rischi per la salute umana.

Ma tutto parte da Ric O’Barry, ricco addestratore di delfini che stringe un legame spaciale con la sua “allieva” Kathy, conosciuta da tutti come Flipper, protagonista del celebre telefilm. Un giorno Kathy, costretta a vivere in acquario e sempre più depressa, muore, anzi, si lascia morire. Forse, forse, si chiede O’ Barry c’è qualcosa che non va. E quel qualcosa proviene proprio dalla gabbia in cui era costretta a vivere, per la “gioia” di grandi e piccini, tanto che Ric capisce avrebbe dovuto lasciare per sempre a bordo piscina cerchi e bacchette. Inizia così negli anni sessanta a impegnarsi per il boicottaggio dei parchi acquatici, tagliando le reti delle loro gabbie da Haiti al Brasile e scrivendo libri.

Ma oggi tutte le sue energie si concentrano intorno a una tremenda scoperta: quella di “The Cove”, una placida laguna sulle coste di Taiji, in Giappone, al centro di un parco nazionale, punto di incontro fra i delfini e luogo dove ogni anno, per sei mesi, si danno appuntamento i cacciatori di cetacei, pescatori e aquirenti occidentali pronti a sborsare anche 150 mila dollari per aggiudicarsi un delfino da portare nelle loro megapiscine. Quelli che non vengono imprigionati finiscono tra il 23mila  che i giapponesi ammazzano in maniera brutale e senza risparmiare neanche i più piccoli. Pesca illegale? In realtà si, anche se a consentirla è l’assurda legislazione della International Whaling Commission

La carne di delfino viene poi venduta con l’etichetta di carne di balena, e contiene un livello di mercurio 20 volte superiore a quello consentito. I pescatori e il governo giapponese sostengono che è una tradizione, quando in realtà sono i cittadini stessi a non conoscere quello che avviene a Taiji, nè ad essere consapevoli che possa essere venduta la carne di delfino. Una scomoda realtà che sta emergendo a fatica, a causa della forte resistenza delle autorità e dei pescatori a lasciar trapelare la verità. E’ servita una squadra d’assalto per capire cosa stesse succedendo nella bai a in cui è vietato entrare:  appostamenti notturni, telecamente nascoste, elicotteri telecomandati, software di ripresa video avanzatissimi e immersioni clandestine, hanno permesso di rubare le immagini della cattura dei delfini, farne vedere i metodi, come i sistemi di onde magnetiche che generano panico nei mammiferi perché annullano il sistema sonar con il quale comunicano, ma anche fiocine e ganci.
Con il loro misto di poesia e terrore quelle immagini hanno fatto saltare sulle poltrone gli spettatori del Sundance festival, ma hanno anche scalfito il governo di Tokyo, che infatti ha bloccato un programma per fare entrare nel menù delle mense scolastiche la carne di delfino. Un primo risultato che rende molto fieri O’Barry e i suoi, visto che il governo giapponese ha cercato di nascondere all’opinione pubblica che la carne di delfino è fra le più contaminate dal mercurio.
Ma al Tokyo Film Festival il film, guardacaso, non è stato accettato.

Per sapere di più sul film, ma non solo, su ciò che si sta muovendo in Giappone si può visitare http://thecovemovie.com 
E’ possibile (e quasi d’obbligo) firmare la petizione: http://www.thepetitionsite.com/takeaction/724210624?z00m=19775525

 Jacques Costeau una volta ha detto che “studiare il comportamento dei delfini partendo da quello degli esemplari in cattività è come pensare che l’umanità sia composta solo da chi è in carcere”

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