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Easy Rider. E’ morto Dennis Hopper, l’americano ribelle

30 maggio 2010

Dennis Hopper

Dennis Hopper è il regista, nonché interprete,  dell’ avvincente opera prima “Easy rider” ,  lungometraggio del 1969 che passerà alla storia per aver saputo ritrarre  la sintesi della  cultura e l’amore per la libertà degli hippy, movimento giovanile che  influenzò il pianeta negli anni  60’ e ’70. “Easy rider” narra il viaggio di due motociclisti alla scoperta dell’America, con l’unico scopo di conoscere e “vivere”, sorretti dalla voglia di evasione dal perbenismo borghese.

Interessante è rimarcare come “Easy rider” non avesse un vero copione, ma  gran parte dei dialoghi furono  improvvisati. Affiancarono un Dennis Hopper con barba e capelli incolti, vestito di cenci e tic; un giovane e straordinario Jack Nicholson e un altrettanto straordinario Peter Fonda. Il film è stato pluripremiato al ventiduesimo Festival di Cannes e nel 1998 scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Hopper, Nicholson e Fonda in Easy Rider

In seguito Dennis Hopper fu nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista per “Colpo vincente”. E’ stato una personalità effervescente e anticonformista, vestiva quasi sempre da cow boy, anche durante le cerimonie.   Amava la fotografia e le sculture in plexiglas,  faceva mostre a Spoleto e New York.  Perfetto nelle interpretazioni più famose:  “Gioventù bruciata” con James Dean, “L’amico americano” di Wenders, “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola, “Velluto Blu” di David Lynch, “Una vita al massimo” di Tony Scott.

Effervescente nella vita privata, ha avuto cinque mogli, tutte attrici:  Brooke Hayward, Michelle Philips, Daria Halperin, Katherine La Nasa, Victoria Duffy. Rimproverava l’ultima di non lasciarle vedere, dopo la separazione, la figlia di sei anni. Il suo male gli ha impedito di presentarsi in tribunale per la causa.

Un giovanissimo Hopper

Politicamente è stato un repubblicano ma, capace di cambiare idea, nelle ultime elezioni ha appoggiato con  fervore Barack Obama, motivando questa scelta  con le delusioni provocategli da George W. Bush e dalla candidatura di Sarah Palin come vicepresidente repubblicano nel 2008.

Nell’ottobre 2009 il suo manager aveva reso noto che Hopper soffriva di cancro alla prostata. L’attore  aveva cancellato tutti gli impegni lavorativi per concentrarsi sulle cure mediche: il 26 marzo 2010 pesava 45 chili ed è  stato dichiarato in fase terminale. Non è però voluto mancare alla consegna della stella con il suo nome sulla “Hollywood walk of fame”  insieme all’amico  di sempre Jack Nicholson. La morte lo ha colto il 29 maggio a Los Angeles all’età di 74 anni.

Al di là dei riconoscimenti, la sua perdita ha toccato il cuore di quelli che lo rammentano per ciò che ha simboleggiato in Easy rider: giovinezza  controcorrente,  libertà difficile a viversi. Raccontano che Hopper fosse insofferente e insoddisfatto perché i riconoscimenti finirono con quel film: nella vita però, per essere ricordati, non è necessario fare il massimo, bensì la cosa giusta.

In onore dell’attore americano, è nata “Segni dei tempi”, una mostra composta da fotografie per lo più inedite che ritraggono gli idoli e le popstar di quegli anni insieme a produttori cinematografici, artisti, amici, amanti o persone assolutamente sconosciute.

La locandina di Segni dei Tempi

Tra le strade dell’America Dennis Hopper ha registrato sulla pellicola alcuni dei momenti più importanti e intriganti della sua generazione attraverso un occhio attento e intuitivo, riuscendo a trasferire in immagini il clima culturale e politico di anni di forte contestazione, documentando Martin Luther King durante la marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery in Alabama ma anche il Paul Newman di Nick Mano fredda o la prima esposizione di Andy Warhol, tutti momenti epici di quella irripetibile decade che furono gli anni 60 in America.

Questo lavoro di Dennis Hopper sembra più una pellicola in movimento che non una serie di fotografie immobili, una descrizione viva che si traduce in un nuovo linguaggio espressivo più vicino al cinema che non alla staticità della fotografia, un’esplorazione delle capacità di questo grande personaggio, tenuto molto spesso ai margini dell’establishment culturale di Hollywood, ma che sicuramente risulta una delle menti più affascinanti del panorama culturale americano.

Il ritratto di Hopper creato da Andy Warhol

Pochi sanno che oltre che attore e regista Dennis Hopper era anche un raffinato collezionista d’arte e un apprezzatissimo fotografo. Era stato un altro attore «cattivo» sullo schermo e coltissimo nella vita privata, Vincent Price, a instillargli il gusto per l’arte contemporanea. E aveva fiuto. Comprò infatti un paio di opere di Andy Warhol per 75 dollari (Warhol in cambio fece per lui un ritratto) e della sua collezione facevano parte altri capolavori di personaggi del calibro di Roy Lichtenstein, Jasper Johns e Jean-Michel Basquiat, acquistati prima che diventassero famosi. Uno dei suoi riti, oltre alla lettura (amava molto Nietzsche), erano i giri nelle gallerie alla ricerca di nuovi talenti artistici.

Molte le mostre di fotografia dedicate a Hopper in ogni parte del mondo, mentre la Taschen ha fatto una edizione limitata di 1.500 esemplari autografati delle sue fotografie degli anni Sessanta. Ci sono le celebrità, si, ma negli scatti, rigorosamente in bianco e nero, di Dennis Hopper c’è spazio anche per la vita di tutti i giorni.

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