Archive for the ‘Critica’ Category

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Liam Neeson, il nuovo Hannibal dell’A-Team, si racconta

20 giugno 2010

Liam Neeson in una scena del film "Io vi troverò"

Ispirato all’omonima e celeberrima serie cult trasmessa negli anni ’80 e diretto dal regista Joe Carnahan (Smokin’ Aces), A-Team segue le scatenate avventure di un gruppo straordinario di ex soldati delle Forze speciali, che sono stati incastrati per un crimine che non hanno commesso. Dopo essere andati in clandestinità, utilizzano le doti uniche che possiedono per cercare di ristabilire la loro reputazione e trovare il vero colpevole.

A interpretare sul grande schermo il colonnello Hannibal Smith, il leader del gruppo di eroi è l’attore Liam Neeson. Ecco cos’ha detto a Parigi in occasione dell’anteprima europea del film, arrivato ora anche nelle sale italiane.

I protagonisti del nuovo A-Team

Ha mai guardato la serie A-Team in tv?
Sì, la vedevo, anche se devo confessare di non esserne mai stato un grande fan.

Come mai?
Perché effettivamente non apparteneva alla mia generazione, era per un pubblico più giovane. Quando è stata trasmessa in tv ha avuto un grandissimo successo, ma apparteneva già a una generazione successiva alla mia. Per esempio i miei nipoti la seguivano in modo quasi religioso. Come dicevo ha avuto un grande successo e lo ha ancora.

Quali sono le caratteristiche di Hannibal Smith che ti hanno colpito di più e quali ritrovi in te stesso?
Hannibal è un leader, io no. Però devo confessare che mi piace interpretare dei leader. Quello che mi piace di tutti questi personaggi dell’A-Team è che sono dei temerari, non hanno paura di niente, nemmeno di morire. Ognuno di loro darebbe la vita per l’altro.

Secondo te c’è un po’ di follia in tutto questo?
Sì e no. Sono un po’ pazzi, è vero, ma sono addestrati a usare le armi, vengono dalle Forze Speciali, sono dei soldati. E l’aspetto che trovo affascinante è che Hannibal darebbe la vita per questi ragazzi e loro farebbero altrettanto per lui.

Hai già avuto modo di partecipare a un fenomeno di culto come Guerre Stellari, ora invece sei a capo dell’A-Team: com’è stato passare dalla spada laser al sigaro cubano?
(ride) Devo ammettere che con il sigaro è stata piuttosto dura, perché ho smesso di fumare da 16 anni. Invece nel film il mio personaggio deve fumare.

Non avete pensato a un’alternativa?
All’inizio la sceneggiatura prevedeva che Hannibal smettesse di fumare, sai per mandare un messaggio ai ragazzi e indurli a smettere o ridurre il consumo di sigarette. Si era pensato anche a una scena in cui qualcuno passava un accendino al mio personaggio per il suo sigaro e lui avrebbe dovuto rifiutare dicendo di voler smettere, ma alla fine questo aspetto non è stato più sviluppato.

Una vera tentazione, dunque…
Non me ne parlare…

E continui a considerarti un ex fumatore?
Sì, assolutamente.

Infine, se esistesse realmente un’A-Team, pensi di essere abbastanza folle da poterne fare parte?

Magari no, sai… sono solo un attore.

Leggi la recensione di A-Team su Cineblog.it!

I componenti del vecchio A-Team

Mai fidarsi di film con titoli di testa lunghi, supponenti. Pasolini risolveva tutto con un’unica inquadratura, mentre A-Team continua con le credenziali per i primi 20 minuti. Il pubblico, che è ormai televisivo, sa bene che si tratta della tanto attesa (tutto è relativo) versione cinema di un telefilm cult anni ’80 col terzo d’una sporca dozzina, cioè quattro reduci dal Viet (qui dall’Iraq) con George Peppard, qui l’affaticato Liam Neeson, cui spetta di diritto la battuta da ripassare a casa in tutta la sua profondità: «Adoro i piani ben riusciti». Chissà se il film di Carnahan, sconosciuto pupillo di Tom Cruise che ha sceneggiato la terza Mission impossible, può considerarsi riuscito: di sicuro ce la mette tutta con un falso ritmo, il montaggio da spot, spiate e sorprese un tot al chilo, action come nei cartoon e battutacce da Mash, surreali pericoli in confronto ai quali 007 è neo realismo.

Ma è una cine partita tutta truccata, finta, virtuale come vuole la tv che sta cedendo al cinema alcuni dei suoi pupilli, da «Sex and the city» agli imminenti «Baywatch» e «Friends». I quattro reduci umiliati e offesi in tribunale di A-Team fuggono dalla prigione per risolvere l’intrigo internazionale di miliardi di dollari falsi stampati da fedeli di Saddam, le cui preziose matrici passeranno per 118 minuti di mano in mano, da Lynch, ragazzaccio della Cia, a Jessica Biel, soldatessa maschiaccio, l’ex del bellone del gruppo, Bradley Cooper, doppiato come Woody Allen. Virate, scoppi, bombe, elicotteri a pioggia e tradimenti a volontà fino a tornare nel gioco dell’oca televisivo al punto di partenza.

È lo stesso dinamismo che produce noia e ralenti in platea mentre gli innocenti dimostrano la propria integrità anche a conto terzi. Lasciamo il colto confronto televisivo ai fedeli fan di questo gruppo di maschiacci con il sigaro ma senza l’aureola di eroi (gli altri sono Quinton «Rampage» Jackson e Sharlto Copley di «District 9»), uno con problemi di coscienza, figurarsi. Diciamo che l’operazione rumorosa, quasi un cartoon, può conquistare le platee infastidite al solo pensiero di pensare, che sprecano l’adrenalina come alternativa alle frustrazioni quotidiane, mirando virtù che tali non sono e beandosi nel vedere nella battaglia aerea e navale che le spie sono ovunque e tutto il mondo è paese.

Qualche vocina pastosa- sexy-volgare come nella pubblicità dei profumi, Cooper che se la tira da divo e la divertente trovata, con piccola dose di veleno, delle tre dimensioni.

Clicca qui per saperne di più su Liam Neeson e gli A-Team

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Ai Ciak d’Oro 2010 trionfano Mine Vaganti e L’uomo che verrà

8 giugno 2010

Il logo della rivista mensile di cinema che organizza i Ciak d'Oro

Si terrà questa sera a Roma la consegna dei premi dei Ciak d’Oro 2010, organizzati annualmente dalla rivista Ciak, edita da Mondadori, e che festeggia quest’anno i suoi primi 25 anni. La consegna avrà luogo per la prima volta nella cornice di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, nei cui spazi sarà ospitata la mostra per l’anniversario della rivista diretta da Piera Detassis. I Ciak d’oro premiano i migliori film della stagione e si caratterizzano come unico riconoscimento popolare al cinema italiano. Essi sono assegnati, per le categorie tecniche, da una giuria composta da 100 critici e giornalisti di cinema, mentre i lettori della rivista mensile votano tramite mail il Migliore Film Straniero, il Migliore Attore e la Migliore Attrice Protagonista, la Migliore Regia e il Migliore Film.

Sono stati proprio i lettori infatti a far trionfare Ferzan Ozpetek e il suo Mine Vaganti come vincitori del premio per il miglior film e il miglior cast: ovvero Riccardo Scamarcio (miglior attore protagonista), Elena Sofia Ricci ed Ennio Fantastichini (migliori attori non protagonisti). L’uomo che verrà di Giorgio Diritti si aggiudica invece il premio per la miglior regia, a cui si aggiungono i riconoscimenti assegnati dalla giuria tecnica per il miglior produttore (Simone Bachini e Giorgio Diritti per Aranciafilm), e il miglior sonoro in presa diretta.

Alba Rohrwacher, invece, è stata votata dai lettori come miglior attrice dell’anno per l’interpretazione in Cosa voglio di più di Silvio Soldini. Si aggiudica due premi, quello per la migliore sceneggiatura e per i migliori costumi, anche La prima cosa bella di Paolo Virzì. Il premio per la migliore colonna sonora è stato assegnato al cantautore Max Gazzé, a Rita Marcotulli e Rocco Papaleo per il film Basilicata coast to coast, mentre il premio “Rivelazione dell’anno” è andato a Checco Zalone con il suo esordio al cinema con Cado dalle nubi. La migliore opera prima è stata eletta Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli, invece il Ciak d’Oro Skoda “Bello&Invisibile” è stato vinta da Dieci inverni di Valerio Mieli. Infine, uno speciale “SuperCiak d’Oro” va all’attrice Stefania Sandrelli, ed inoltre quest’anno Ciak ha chiesto ai suoi lettori di assegnare anche un premio speciale in occasione dei 25 anni della rivista, ovvero il “Ciak d’Oro Superstar” per i protagonisti-simbolo di questo quarto di secolo. Il premio è stato vinto da due vere icone del cinema italiano: Carlo Verdone e Margherita Buy.

Approfondimenti:

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Con The Hole la paura è in 3D e arriva dai sotterranei

8 giugno 2010

The Hole in 3D, presto nelle sale

La paura arriva sul grande schermo in versione 3D (dall’11 giugno), con The Hole in 3D, il thriller di Joe Dante che esplora le paure e i segreti sepolti nel profondo dell’animo umano. “Sono cresciuto nell’adorazione dei film dell’orrore popolati da mostri e strane creature e di conseguenze ho diretto un certo numero di horror oltre a film di maturazione come Gremlins e Matinee. Ma nessuno dei film da me realizzati fino ad oggi conteneva quel mix di elementi terrificati e profondo dramma umano che possiede questo”. 

L’adolescente Dane si trasferisce col fratellino Lucas e sua madre Susan in una nuova casa in periferia. Inizialmente il ragazzo non si trova a suo agio, rimpiangendo la sua vecchia vita a Brooklyn, ma ben presto conosce Julie, la sua vicina di casa, e si prende immediatamente una cotta per lei. La routine giornaliera viene però immediatamente rotta quando Lucas trova nello scantinato della casa una botola chiusa con numerosi lucchetti; lui e suo fratello la aprono ma non trovano nulla, solo un buco apparentemente senza fondo. Ma quella stessa notte cominciano ad accadere cose strane e inquietanti: tra bambine fantasma e pupazzi che prendono vita, dal buco sembra fuoriuscita una forza soprannaturale!

C’era un tempo non molto lontano, ovvero gli spesso celebrati anni ’80, in cui si producevano così tanti film dell’orrore che si finì per traghettare questi prodotti verso target molto diversi tra loro. Tra splatter e horror psicologici c’erano così anche prodotti per un pubblico più giovane, di veri e propri ragazzini; horror leggeri che non contenevano scene di vera violenza ne nudi e sangue, ma puntavano più che altro sul facile raccapriccio, effetti speciali e su qualche innocuo spavento. Si trattava di film che avevano per protagonisti gli stessi ragazzini target delle opere e si chiamavano, ad esempio, “Non aprite quel cancello” e “Scuola di mostri”.

Però uno degli esempi più celebri del filone, nonché piccolo capolavoro del cinema di genere, è “Gremlins” di Joe Dante, lo stesso autore che firma questo “The Hole 3D” che sa di revival lontano un miglio. Ma procediamo per distinguo. “Gremlins” non era solamente un buon horror per ragazzi ma anche un film dai ritmi perfetti, dalla struttura narrativa impeccabile e capace di creare una mitologia in grado di influenzare prodotti successivi. “Non aprite quel cancello” e affini, invece, erano semplicemente dei divertenti b-movie dalla giusta alchimia di caratteri che li facevano particolarmente appetibili a pubblici adolescenti e che probabilmente sono considerati oggi dei cult solo da quella generazione che ha potuto conoscerli quando era in età giusta per farlo.

La "bambina fantasma" del film

“The Hole 3D” appartiene indubbiamente più a questa seconda categoria, volendosi rivolgere oggi a quegli spettatori adolescenti o anche più piccoli per cui l’adrenalina dello spavento è data da elementi a loro potenzialmente più vicini, come giocattoli inquietanti, compagni di giochi defunti e figure genitoriali non proprio ideali. Dante gioca con le paure infantili, ma lo fa con la consapevolezza di rivolgersi a un pubblico in età scolare, dunque tenendo sempre il freno su qualunque cosa possa realmente spaventare e concedendo fin troppe volte la mano all’ironia stemperante. A conti fatti quello che Dante ha definito “un horror per famiglie” piuttosto che al suo “Gremlins” somiglia a quei libricini della collana “Piccoli Brividi” che spopolavano tra gli adolescenti di un decennio (o poco più) fa. Brividi talmente “piccoli” da risultare molto più che innocui.

Dante confeziona dunque un prodotto che non convince, o meglio, non convince tutti. La vicenda ha molto di già visto proprio in funzione delle meccaniche di genere adolescenziale e pre-adolescenziale (la cotta per la vicina di casa, il rimpiangere la città con il successivo immediato adattamento alla periferia, i battibecchi tra fratello minore e maggiore, le figuracce da imbranato del protagonista, e via dicendo) e non sembra avere un’idea sufficientemente forte alla base per giustificare un lungometraggio.

Insomma, “The Hole 3D” è la storia di un buco che materializza le peggiori paure, un pretesto per sfoggiare una morale trita e ritrita che recita più o meno “per vincere le proprie paure bisogna affrontarle”. Per far ciò si ricorre a singoli espedienti che se slegati dal contesto risultano anche efficaci per la messa in scena che ricorda i suddetti film anni ’80. Mi riferisco in particolare alla scena in cui un malefico pupazzo dalle sembianze di un puppetmasteriano giullare instaura una feroce lotta con il piccolo Lucas. Anche la prima apparizione della bambina fantasma (che ricorda molto, forse involontariamente, la Melissa Graps di “Operazione paura”) non è affatto male, ma il problema risiede sempre lì: se visto nel suo complesso il film è davvero poca cosa, banale e troppo infantile.

Come si evince dal titolo, il nuovo film di Joe Dante utilizza la moderna tecnologia della stereoscopia digitale, ma non la sfrutta affatto e quel 3D ormai d’obbligo per molte produzioni è un piccolissimo espediente per mostrare solo un paio di scene in cui gli oggetti si spingono verso lo spettatore, davvero pochissimo per giustificare il prezzo maggiorato del biglietto. Il cast comprende giovani e giovanissimi che hanno il volto di Chris Massoglia (“Aiuto Vampiro”), Haley Bennett (“Io & Marley”) e Nathan Gamble (“The Mist”), accompagnati dall’adulta Teri Polo (“Ti presento i miei”). (Per saperne di più visita Horrormovie.it).

“In The Hole in 3D i giovani personaggi ostentano la stessa arrogante e divertente spavalderia che hanno i ragazzi nella vita reale. – ha detto il regista – Il mio obiettivo è far sì che il pubblico si identifichi con personaggi gradevoli e credibili e che si preoccupi di quello che potrebbe succedergli indipendentemente dalla stranezza della situazione nella quale questi verranno a trovarsi. E’ questo aspetto che mi ha portato ad optare per le 3-D, il cui uso in questo film ha l’obiettivo di permettere al pubblico di calarsi completamente nella storia e non di farlo trasalire sulla sedia: una volta che lo spettatore si sarà appassionato alle vicende dei personaggi e si sarà unito a loro nella ricerca che li porterà a svelare il misterioso segreto, il viaggio diventerà più intenso e folle. I colpi di scena più bizzarri sono accompagnati da atteggiamenti umoristici dei personaggi ma la conclusione è sinceramente toccante e credo anche drammatica in una maniera assolutamente inaspettata per un film di questo genere, specialmente presentato in 3-D”.

La locandina di The Hole 3D

Per sostenere il lancio della pellicola nei principali Centri Commerciali italiani gli ingressi, le uscite, i cambi di piano, le scale mobili e gli ascensori, saranno presidiati da Floor Graphics che rappresentano una grafica ispirata all’artwork del film, in tema col mood della pellicola.

La tecnica del 3D è stata inoltre riproposta nelle maxi affissioni installate nelle principali arterie stradali della capitale: presso viale di Tor di Quinto e presso la stazione ferroviaria Trastevere, provocando già in questi giorni grande curiosità tra i passanti, con ‘arti’ pronti ad uscire letteralmente dal cartellone, come potete vedere dall’immagine qui sotto.

I cartelloni in 3D che promuovono il film

Ora guarda le foto e i video di The Hole 3D, leggi le news e conosci il regista!

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Tata Matilda fa magie: ora fa ballare i maiali

2 giugno 2010

La locandina del film

Può una tata, per quanto magica, portare pace tra quattro bambini in guerra? La risposta è sì se la bambinaia in questione è Tata Matilda, arrivata per la prima volta sullo schermo 4 anni fa con Nanny Mc Phee, e che ora torna (dal 4 giugno) con l’avventura de Il grande botto. Nel film compiemille magie come quella che si può vedere in questo video, con quattro maiali che ballano leggiadri nell’acqua!

L’anima anche di questa nuova pellicola è naturalmente Emma Thompson, interprete e sceneggiatrice del film, mentre la produttrice Lindsay Doran ha spiegato che “La grande differenza tra il primo e l’ultimo film della serie è che il primo raccontava i dissidi tra un genitore e i suoi figli mentre l’ultimo descrive una guerra tra quattro ragazzini. Tata Matilda ha il compito di impartire cinque lezioni fondamentali, che non solo insegnano come andare d’accordo ma spiegano anche come risolvere i propri problemi in modo costruttivo evitando banali litigi”.

In Tata Matilda e il grande botto la signora Greenè allo stremo delle forze: i suoi tre figli, Norman, Megsie e Vincent, non fanno che litigare, suomarito Rory è al fronte mentre suo cognato Phil insiste di volere acquistare metà della fattoria di famiglia intestata a Rory e la sua datrice di lavoro, la signora Docherty, si comporta in modo molto strano.  C’è un’unica persona disposta a darle una mano, e questa è Tata Matilda.

Emma Thompson è Nanny Mc Phee

Alla magica bambinaia basta lanciare una rapida occhiata agli scalmanati ragazzini per capire che, in quella casa, c’è bisogno di lei. “Quando avrà bisogno di me ma non mi vorrà, io resterò. Quando mi vorrà ma non avrà più bisogno di me, io me ne andrò”, afferma declamando la rinomata frase.  Poi, con un colpo di bastone sul pavimento, ordina ai ragazzini di colpire se stessi anziché i cugini. E’ solo la prima delle sue cinque indimenticabili lezioni!

Ecco la recensione in anteprina da cineblog.it:

5 anni sono passati da quando Emma Thompson, in veste di produttrice, sceneggiatrice e protagonista, ha indossato per la prima volta i pesanti panni di Tata Matilda. Tratto dalla serie Nanny McPhee della scrittrice inglese Christianna Brand, il film si è rivelato un buon successo di pubblico, tanto da meritarsi un sequel, Tata Matilda e Il grande Botto. Uscita in Inghilterra a fine marzo, la pellicola non solo ha ritrovato riscontro al box office, con quasi 25 milioni di dollari incassati, ma si è anche fatta ancor più apprezzare del già interessante capitolo precedente.Perfettamente british, tanto nel cast quanto nella delicatezza dello script, Nanny McPhee and the Big Bang conferma le qualità di sceneggiatrice della Thompson, Premio Oscar per la sceneggiatura di Ragione e Sentimento di Ang Lee e talmente affezionata a questo personaggio da aver detto addio alla Sibilla Cooman di Harry Potter, confermandosi così come uno splendido prodotto cinematografico per i più piccoli, semplice ed emozionante, divertente ed estremamente “didattico”, volando alto con la fantasia, tra incantesimi ed animali dalle mille sorprese, finendo per stupire.Celebre in patria, Nanny McPhee in Italia non ha mai “attecchito”, tanto da trasformare il primo capitolo cinematografico, uscito in sala 5 anni fa, in un cocente flop. Ed è un peccato, visto che questa Mary Poppins moderna, con il viso da strega ed un cupo corvo come amico, è indubbiamente uno dei prodotti “fantasy” più innocui, con poche pretese e meglio riusciti degli ultimi anni. Un Paradiso per i più piccoli, per una volta incantati da magie mai eccessive e sempre pronte a dispensare insegnamenti, ma anche per i più grandicelli, sicuramente attratti dal magnifico cast, divertiti dalle tante originali gag e conquistati dal risvolti più drammatici e romantici, immancabilmente commoventi.  

Se 5 anni fa Tata Matilda era stata “chiamata” per tenere a bada 7 marmocchi, in questo sequel la vediamo addirittura viaggiare nello spazio e nel tempo, finendo presumibilmente negli anni 40 del 900, ovvero nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale. Qui, nelle campagne inglesi e a non molti chilometri dalla bombardata Londra, la signora Green non ce la fa proprio più. I suoi tre figli, Norman, Megsie e Vincent, non fanno che litigare, mentre suo marito Rory è al fronte e non si hanno sue notizie da mesi. Nella fattoria, per la signora Green, la situazione è sempre più sull’orlo di una crisi di nervi, con il suo maligno cognato sempre più insistente nel volere acquistare metà della fattoria di famiglia intestata a Rory, in modo da poter ripagare i propri debiti da gioco. Come se non bastasse, da Londra arrivano i due viziati cuginetti Celia e Cyril Gray, capaci di portare ancor più scompiglio in casa, tanto da far spuntare dal nulla, come per magia, Tata Matilda… 

Registicamente interessante ed originale, grazie all’imprevedibile regia dell’ottima esordiente Susanna White, Tata Matilda e Il grande Botto poggia le proprie basi su un cast tanto britannico quanto azzeccato. Facendo un plauso per la scelta dei 5 marmocchietti, tutti davvero bravi, ad una divertita e ancora una volta convincente Emma Thompson si aggiungono un’intensa Maggie Gyllenhaal, un subdolo Rhys Ifans, una spaesata Maggie Smith, un fugace ma convincente Ralph Fiennes ed una comparsata finale di Ewan McGregor, chiamato a completare un cast decisamente notevole. Portando Tata Matilda in un altro secolo e in un periodo non esplicitato, anche se gli anni 40 e la 2° Guerra Mondiale sono evidenti, Susanna White mantiene gli ingredienti principali del primo capitolo, arricchendoli con alcune trovate registiche perfette per un pubblico di infanti, confermando così un ricco “branco” di simpatici animali e una serie di divertenti gag, finendo per condire il tutto con 5 elementi didattici, raramente riscontrabili in sala in maniera così evidente, che Tata Matilda avrà il compito di insegnare alle 5 piccole canaglie.Tranquillamente fruibile anche senza aver visto il primo capitolo, l’istruttivo Tata Matilda e Il grande Botto si presenta decisamente come una piacevole sorpresa, che a questo punto ci auguriamo possa proseguire con un terzo capitolo.

Tutto su Tata Matilda e Il Grande Botto

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Sex and the City 2: tutto ciò che le donne vogliono

29 maggio 2010

Le quattro amatissime protagoniste di Sex and the City

Lusso, divertimento, amore e scintillio: tutto ciò che una donna può desiderare è raccolto in questo film. Dalla grandiosa cabina-armadio piena di vestiti e scarpe firmate nel lussuoso appartamento a New York, alla vacanza ad Abu Dhabi con le tue migliori amiche, ovviamente offerta dallo sceicco di turno. Ma anche una grandissima amicizia che lega le quattro protagoniste e l’amore che ognuna di loro vive giorno per giorno in modo diverso. Sex and the City 2 è un film al femminile, che probabilmente piace e piacerà solo alle donne, d’altra parte esattamente come il telefilm che ha dato inizio alla storia di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte.

Io ed Elena al cinema prima dell'inizio del film

Ieri sera io ed Elena siamo andate a vederlo al cinema, ovviamente la sala era piena e tutta al femminile. Non sono mancati i commenti ad alta voce quando le invidiate protagoniste sfoggiavano magnifici abiti e scarpe da urlo, ma non era il solito vociferare fastidioso che a volte disturba gli altri spettatori in sala, bensì una partecipazione che è sfociata in un applauso nella scena in cui Samantha, accaldata dagli effetti della menopausa, ha rovesciato per sbaglio il contenuto della sua borsa nel bel mezzo di un mercato arabo, spargendo per terra una pioggia di preservativi (chi conosce il personaggio sa che non sarebbe potuto capitare niente di diverso!). Certamente è un bel film, soprattutto per chi ha seguito le serie televisive precedenti e che quindi è a conoscenza dei trascorsi dei vari personaggi. Per le fan del telefilm sembra infatti di andare a chiacchierare con quattro vecchie amiche, che non si vedono da qualche anno, e che ti raccontano che cosa hanno combinato in questo tempo.

Di certo un film del genere non è adatto al sesso maschile, infatti è praticamente ovvio trovare molti critici che stroncano questo nuovo capitolo di Sex and the City. Certamente lo humor maschile e femminile è molto diverso, anche questo contribuisce a non far apprezzare agli spettatori uomini le battute e l’ironia delle ragazze in questo film e ovviamente nemmeno negli episodi televisivi. Ma ovviamente c’è qualche eccezione anche tra le donne, per esempio Carlotta Niccolini ha recensito con queste parole il film su Corriere.it:

Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono invecchiate, ma non è questa la loro colpa, al di là dell’eccesso di botox, trucco e parrucco: è che il film, semplicemente, è un polpettone di una noia mortale. … L’altra sera all’Odeon di Milano il parterre di giornaliste e blogger modaiole ha applaudito a più riprese, ridendo a crepapelle per battute come «che bello, sono in vacanza da cinque minuti e già mi offrono qualcosa da mettere in bocca» (Samantha in aereo a una hostess). Sex and the City 2, 145 minuti di noia, Carlotta Nicolini, Corriere.it

Ma di tutt’altro parere è, per esempio, Chiara Simonelli, professore associato di psicologia dello sviluppo sessuale e affettivo all’università Sapienza di Roma, che considera Sex and the City un prodotto geniale. Ecco perchè:

Creative e distratte, iperorganizzate e maniache del lavoro, sempre controllate e fan del fitness, ce n’é per tutti i gusti. Al centro della storia, infatti, “ci sono quattro personaggi icona di quattro modi di essere donna”. Che ormai sono diventati quasi reali, vengono chiamati per nome e mitizzati dalle fan “anche italiane, perché Sex and the City è un prodotto geniale – dice la Simonelli all’Adnkronos Salute – che offre uno spaccato di vita vicino alla realtà delle donne di oggi, dai 30 anni in poi. Il tutto condito da molta ironia, anche nella visione del sesso e del rapporto con gli uomini.” Sex and the City 2, lo psicologo: “Nel film quattro modelli di donna moderna”, Adnkronos.com

Certamente è un prodotto geniale se non altro dal punto di vista del marketing, oltre ad aver sbancato i botteghini in patria – secondo le cifre aggiornate dalla stessa Warner Bros sono 14.3 i milioni di dollari incassati in 24 ore – sono moltissimi i marchi e i prodotti che creano una linea dedicata alla serie tv.

I quattro cocktail creati da Moet & Chandon per Sex and the City 2

Per esempio, Moet & Chandon ha creato quattro cocktail d’eccezione rigorosamente a base di champagne che si ispirano alle quattro celebri protagoniste del film. Fashionista, Socialite, Player e Bombshell, questi i nomi dei quattro cocktail firmati Sex and the City 2 e creati dalla Maison per celebrare e mettere in risalto le diverse personalità delle quattro amate ragazze. Anche Swarovski ha realizzato una linea di gioielli dedicata al film, secondo Nadja Swarovski, vicepresidente della Comunicazione Internazionale del brand, questo marchio è perfetto per il favoloso quartetto e rappresenta tutto ciò che il film evoca: moda, glamour, femminilità e una forte personalità di stile.

Approfondimenti:

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Cannes 2010: tra i vincitori Elio Germano

24 maggio 2010

Javier Bardem e Elio Germano migliori attori ex aequeo

E’ terminato ieri sera il 63esimo Festival di Cannes, premiando Elio Germano come miglior attore per la sua interpretazione in La nostra vita, di Daniele Lucchetti, unico film italiano in concorso alla chermesse. Il premio è stato dato in ex-aequo con Javier Bardem, interprete di Biutiful del messicano Alejandro Gonzalez Inarritu. I due film sono molto simili, entrambi hanno come protagonisti uomini soli che tentano, soprattutto con mezzi illeciti, di garantire un futuro dignitoso ai propri figli. Significativa la dedica di Germano dopo aver ricevuto il premio:

«Siccome la nostra classe dirigente rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente». Cannes, vince film thailandese. Germano premiato come miglior attore, La Repubblica

Tim Burton, il presidente della giuria, ha commentato:

«Nessuna decisione è facile da prendere. Avevamo tutti dei favoriti che non hanno ottenuto alcun premio. Ma ho visto modi di fare cinema che non avevo mai visto finora. Quanto al premio dell’interpretazione ex æquo, era impossibile decidere tra due attori incredibili, due performance molto diverse su un tema tanto forte, la famiglia, che è stato il filo conduttore del festival». Le reazioni dei vincitori, CinEuropa.org

Ecco il video della premiazione del protagonista de La nostra vita:

Una sorpresa per la scelta del premio al miglior film, che è andato alla pellicola thailandese Uncle Boonme Who Can Recall His Past Lives del regista Apichatpong Weerasethakul. Il film, dal contenuto surreale e visionario, è  piaciuto molto all’eclettico presidente di giuria Tim Burton, e ha lasciato a bocca asciutta due pellicole inglesi che erano in pole position per ottenere l’ambito premio: Another Year di Mike Leigh, racconto realistico ed emozionante di vite comuni, e Route Irish di Ken Loach, viaggio nei mercenari su cui si basano molti eserciti nella guerra in Iraq. Alla consegna della Palma d’Oro, il regista Weerasethakul ha ricordato le molte vittime della rivolta a Bangkok dei giorni scorsi contro il governo thailandese. Inoltre, riguardo al suo film che ha destato giudizi contrastanti tra il pubblico e che racconta la storia di un uomo anziano che sul letto di morte rivive le sue vite passate, il regista ha affermato:

«Per me, il cinema è una ricerca personale. Ho provato a presentare un tipo di cinema differente, che spinge oltre i limiti, che lancia una sfida al pubblico e spero che sia fonte d’ispirazione, in particolare per i giovani. Il cinema può contribuire a una migliore comprensione delle diverse culture». Le reazioni dei vincitori, CinEuropa.org

Juliette Binoche, ritira il premio e ricorda Jafar Panahi

Juliette Binoche, madrina della rassegna, ha invece trionfato come miglior attrice protagonista con la pellicola Copia Conforme, una coproduzione italiana e girato in Toscana, del regista iraniano Abbas Kiarostami. Salita sul palco, l’attrice fa un nuovo appello per la liberazione di Jafar Panahi, il regista iraniano che avrebbe dovuto partecipare al Festival, ma che è rinchiuso in carcere dal regime del suo paese.

Sul palcoscenico l’attrice appare stringendo tra le mani un cartello con il nome di Jafar Panahi, giurato assente perché detenuto in Iran: «C’è un uomo in Iran che sta pagando la colpa di essere un artista. Penso a lui in questo momento e spero che l’anno prossimo potrà essere qui con noi. La sua è una lotta difficile, ma ogni Paese ha bisogno di artisti». Elio Germano vince la Palma dell’orgoglio, Fulvia Caprara, La Stampa

Il Gran Premio della giuria è stato assegnato al film francese Des hommes e des dieux di Xavier Beauvois dedicato ad un gruppo di monaci trappisti in Algeria, che dopo anni di condivisione con la popolazione musulmana, furono sterminati. Beauvois e il suo film erano tra i favoriti per la Palma d’Ora e per il premio al miglior attore, infatti il regista  ha affermato, un pò deluso: «Sono un grande fan di Tim Burton e mi fidavo degli altri membri della giuria, i cui film apprezzo». Infine, la miglior sceneggiatura è stata assegnata a Lee Chang-dong per Poetry, della Corea del Sud, mentre il premio come miglior regista è andato a Mathieu Amalric per Tournéè. Il cineasta ha chiamato sul palco le sue attrici spogliarelliste e ha affermato:

«Prendo questo premio come un invito a far parte della famiglia del cinema, un invito a entrare in ballo per il mio paese e un continente a lungo invisibile. … Penso che la Tournée continui. Il film uscirà nelle sale e spero che la voglia di vedere queste ragazze, cui ho rubato energia, sia contagiosa. La cosa bella è che il film è stato proiettato il primo giorno del festival ed è rimasto nei ricordi delle persone dopo 12 giorni». Le reazioni dei vincitori, CinEuropa.org

Il Festival si conclude in bellezza, con qualche sorpresa, ma anche con qualche polemica. Paolo Mereghetti, nella giornata finale della chermesse, scrive un interessante articolo su Corriere.it dove fa alcune riflessioni su come il mercato sia diventato l’elemento regnante anche a Cannes. Il critico esordisce così:

«Non era mai successo: il film scelto per aprire il più importante festival del mondo, Robin Hood di Ridley Scott, si poteva vedere al cinema prima che in Sala Lumière, per l’inaugurazione ufficiale. Questione di ore, certo, ma è una differenza che conta. E che sottolinea chi viene prima e chi viene dopo: vince il mercato, con le sue esigenze, e poi segue il festival con le sue liturgie. Forse bisogna partire da qui per capire che cos’è successo quest’anno a Cannes – tutti si sono lamentati per la qualità della selezione – e interrogarsi sul senso di una manifestazione che non nasconde più le proprie rughe. Sulla Croisette come in tutto il resto del mondo». Se il mercato vince (troppo) a Cannes, Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

Per il momento non ci resta che goderci il riconoscimento al nostro attore italiano e attendere la prossima edizione di questo festival, che in ogni caso rimane un punto di riferimento per il cinema internazionale.

Approfondimenti:

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Robin Hood: tutta un’altra storia

14 maggio 2010

Cate Blanchett e Russel Crowe a Cannes. (Foto Ap)

Proprio la sera in cui Robin Hood ha inaugurato il 63esimo Festival di Cannes, uscendo anche nelle sale italiane, sono andata a vederlo al cinema. A me è piaciuto molto: un Russel Crowe tornato in gran forma, una tenacie Marion interpretata dalla riuscitissima Cate Blanchett e il tocco di chi già aveva raccontato una grande “storia nella storia” con Il Gladiatore, Ridley Scott. Ma questo Robin Hood è veramente diverso da tutte le altre pellicole girate su questa leggenda. Le attese e le aspettative sono state ripagate e ci hanno offerto uno sguardo su come Robin di Locksley sia diventato il leggendario fuorilegge, raccontando la sua storia di uomo e non di mito. Tra reinvenzioni in stile musical, scene di battaglia avvincenti e una bella storia d’amore che non ha bisogno di essere gridata, Robin Hood riesce ad essere un’altra grande collaborazione del duo Scott-Crowe. Il finale, inoltre, lascia intendere la promessa di un sequel, anche perchè è proprio quello il momento in cui la leggenda ha inizio!

Ma la pellicola ha destato pareri contrastanti, forse proprio per la scelta di questa storia raccontata quasi a bassa voce rispetto alla più urlata e conosciuta leggenda dell’arciere, una storia che si sa essere la prefazione a capitoli più avventurosi e avvincenti. Infatti, le prime recensioni di quotidiani e riviste non esprimono pareri troppo positivi.

«Scott, la cui scelta narrativa gli consente di non dover seguire, rispettare o disconoscere le tante opere precedenti sull’eroe di verde vestito, forse per le molte difficoltà di produzione (cast discusso, soprattutto) qui riesce a sbagliare anche ciò che di solito fa, benissimo, con il pilota automatico. Si pensi solo alle scene madri (scarse quelle di Von Sydow e la battaglia finale) o al fatto che non ci spinga mai ad appassionarci alla pur tumultuosa storia del suo protagonista.» Robin Hood apre Cannes con una promessa mancata di Scott, Boris Sollazzo, Il Sole 24 Ore

«Qualche collega ha ironizzato: Robin Hood di Ridley Scott è il film con la più lunga sequenza introduttiva della storia del cinema: dura due ore e venti perché finisce sui titoli di coda, quando finalmente l’eroe si nasconde nella foresta di Sherwood con Little John, frate Tuck e gli altri ribelli per sfuggire alle minacce di re Giovanni. … Il risultato è uno spettacolone che non annoia per merito di riprese (Jon Mathieson) e montaggio (Pietro Scalia) più che di regia, ma che non appassiona mai davvero e soprattutto tradisce le aspettative di chi, giocando almeno una volta con arco e frecce, aveva scelto di stare dalla parte della Leggenda di Robin Hood.» Uno spettacolone che non appassiona, Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera

Nemmeno Roberto Nepoti, nella sua videorecensione su Repubblica Tv, esprime giudizi molto positivi; ma c’è anche chi sostiene la riuscita dell’ultimo lavoro di Scott:

«L’idea geniale di Ridley Scott è di raccontare Robin quando di cognome fa ancora Longstride e non è ancora diventato leggenda, prima cioè che il ghignante re Giovanni lo dichiari fuorilegge e lo costringa a rifugiarsi nella foresta e a diventare Hood. Raccontato benissimo, con immagini molto belle, al film non manca niente.» Cannes 2010 Robin, il gladiatore della foresta apre le danze al festival cinechic, Natalia Aspesi, La Repubblica

«Scott rilegge il mito di Robin Hood cercando di contestualizzarlo storicamente, e realizzando una sorta di prequel della leggenda comunemente tramandata. Nel farlo, si riallaccia idealmente a Le Crociate, non solo cronologicamente, ma anche dal punto di vista stilistico. I colori sono lividi, le battaglie, oltre che spettacolari, sembrano ambire al massimo grado di realismo della violenza – significativa la scelta di prediligere inquadrature dal basso, o comunque ad altezza d’uomo, nel cuore della mischia. Lo scontro finale sembra addirittura la versione con frecce e spade dello sbarco in Normandia messo in scena da Salvate il soldato Ryan.» Commento a caldo dopo la visione del film di Chiara Grizzaffi, Duellanti.it

La grande battaglia finale

Robin Hood è uscito in 690 sale cinematografiche italiane ed ha già incassato circa 491mila euro nelle 549 sale monitorate dal Cinetel. La pellicola si appresta sicuramente a dominare le classifiche degli incassi al box office. Non vi resta che andarlo a vedere e dirci la vostra opinione!

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