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Gli imperdibili

THE WRESTLER

Un film di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry.
Drammatico, durata 109 min. – USA 2008.

Randy The Ram Robinson (Mickey Rourke) è un wrestler in decadenza, che è stato un vincente nel mondo del wrestling, ma un perdente nella vita: Stephanie (Evan Rachel Wood), la figlia, non lo vuole più vedere a causa della sua assenza come genitore e Cassidy (Marisa Tomei), la non più giovanissima spogliarellista con cui si confida, non lo vede come suo possibile compagno di vita.
Randy, che vive all’interno di una roulotte mezza scassata, per mantenersi lavora come tuttofare in un supermercato e per sentirsi vivo continua a praticare incontri in palestre di licei di provincia, dove ancora ha un buon seguito.
A causa di un infarto che lo colpisce durante un incontro minore, proprio prima di un match importante che potrebbe restituirgli il brivido dei bei vecchi tempi andati, Randy decide di provare a cambiare vita, corteggiando a modo suo Cassidy e riconquistando l’affetto della figlia. Siccome i suoi tentativi non portano a nulla, The Ram decide di
rifugiarsi nel suo mondo, il wrestling, fino alla fine dei suoi giorni.

L’America recente del cinema sembra aver riscoperto il cuore. Prima e dopo la soglia dell’infarto, del cuore stremato, provato, afflitto dalle sofferenze dell’alcol e delle dipendenze, di un cuore che è il vero centro pulsante della vita e del suo limite. Con The Wrestler, film estremo e al di là di ogni limite, il cuore di Mickey Rourke, vecchio e stanco, non regge più alle sollecitazioni della lotta, che non è soltanto lotta sul ring, ma lotta quotidiana nei confronti delle traversie della vita. Il finale spacca, è spaccacuore, Mickey e il suo corpo stanco e stremato tornano sul ring oltre ogni limite.
 La pelle di Rourke è letteralmente la pellicola di Aronofsky: maciullata, tumefatta, sanguinante, come il suo protagonista che si mette in vendita al pubblico pagante (anche al bancone del supermercato). Pelle e muscoli piagati, inchiodati segnati dal girone del divertimento: dalla cicatrice al centro del petto Randy estrae il suo cuore sacro e ansimante e lo offre in sacrificio alla vista altrui. Ma forse a mostrarci il suo cuore è proprio Rourke, non Randy, in questo film squilibrato, possente e fragile, autobiografico. E soprattutto disperatamente vitale, perchè l’America ha bisogno di un cuore, perchè in essa possa continuare e sempre di nuovo pulsare la vita.

 

MILK

Un film di Gus Van Sant. Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco.
Biografico, durata 128 min. – USA 2008.

“My name is Harvey Milk and I want to recruit you”. Uno slogan diretto, tenace e sincero che rappresenta al meglio lo spirito del primo omosessuale dichiarato ad aver conquistato una importante carica pubblica negli USA, e i cui ultimi 8 anni di vita sono raccontati da Gus Van Sant attraverso la magistrale interpretazione di Sean Penn che l’ha e portato dritto al suo secondo Oscar.
Emozionante, coinvolgente, documentaristico, politico e sconvolgentemente vero. Tutto questo e molto altro è Milk, biopic capace di sbattere in faccia allo spettatore l’incredibile condizione sociale e politica dell’America degli anni 70. Un’America razzista ed apertamente omofoba, indottrinata dalla martellante campagna politica filo clericale portata avanti da Anita Bryant e John Briggs, sostenitori della temutissima Proposition 6, che paralizzò il dibattito americano per mesi. Una legge che chiedeva di bandire gli omosessuali dall’insegnamento nelle scuole pubbliche della California, e che scatenò un’autentica ‘guerra’ di diritti che si protrasse per mesi, portando nelle piazze d’America centinaia di migliaia di americani, di eterosessuali ed omosessuali, pronti a dire no ad una simile vergogna. A far sì che questo scempio non passasse Harvey Milk, bandiera dei diritti che riuscì, in solo 8 anni di vita a cambiare per sempre la condizione degli omosessuali negli Stati Uniti.

La prima cosa che colpisce, per chi è abituato a considerare San Francisco la storica capitale gay, è la ricostruzione di Castro Street, quartiere chiuso e represso, che si trasforma lentamente in una bomba a orologeria contro ogni genere di discriminazione razziale dall’altra, animata dall’autentico spirito della democrazia e della rivoluzione. “Milk”, c’è da scommetterci, diventerà un film culto non soltanto per la comunità omosessuale, il cui riconoscimento legale e sociale nel corso di trent’anni ha comunque fatto passi da gigante, ma per tante altre minoranze. Il messaggio è quanto mai esplicito e l’invito viene ribadito anche nel corso della suggestiva marcia funebre che chiude la pellicola: fare outing, uscire allo scoperto, ribadire senza paura e con orgoglio la propria natura. Perché solo così si può sperare di guadagnare la considerazione e la piena accettazione degli altri e di se stessi.

  

ACROSS THE UNIVERSE

Un film di Julie Taymor. Con Jim Sturgess, Evan Rachel Wood, Joe Anderson, Dana Fuchs, Martin Luther, T.V. Carpio, Spencer Liff, Lisa Hogg, Nicholas Lumley, Michael Ryan.
Commedia, 131 min. – USA 2007.

Anni ’60. Un giovane inglese, Jude, parte per l’America alla ricerca del padre emigrato tanti anni prima e mai conosciuto. Una volta negli Stati Uniti s’innamora di una ragazza, Lucy, il cui fratello, Max, viene richiamato alle armi e arruolato per andare a combattere in Vietnam. Intorno ai tre giovani si raduna un gruppo di persone e musicisti che condivide il fervore culturale e artistico di quegli anni. Coinvolta politicamente lei, proletario e disincantato lui, la coppia si divide, ma l’arruolamento di Max fa precipitare presto la situazione…

Non posso negare di avere un debole per la musica dei quattro ragazzi Liverpooliani, e una sorta di indifferenza per il musical, a esclusione dei classici anni 70. Ma, indipendentemente da questo, Across The Universe è senza dubbio uno dei musical più belli che abbia mai visto e sono certa che anche i non amanti del genere riuscirebbero ad apprezzarlo.
Scordatevi le coreografie sfavillanti ed acrobatiche, e invece tuffatevi in una metropoli degli anni ‘60 in un mondo onirico e visionario sostenuto dalla musica innovativa dell’epoca e martoriato dalla guerra in Vietnam. Ecco, ora dovreste avere un’idea di come Across the Universe non sia un musical paragonabile agli altri. Piuttosto lo definirei un film raccontato dalla musica, dove le liriche e le canzoni sono parte e voce narrante della storia e non momenti di spettacolo. Un film in cui non si parla mai dei Beatles ma che da loro viene raccontato e che li cita continuamente, a cominciare dai nomi dei personaggi: (hey) Jude e Lucy (in the sky). Il tutto farcito dai piacevoli camei di Bono degli U2 nel ruolo di un hippie, Joe Cocker di cui sentiamo la versione di “With a little help from my friends” e Salma Hayek nel ruolo di un’infermiera canterina.

Quindi perchè a distanza di 40 anni tornare a parlare dei Beatles? perchè Beatles c’è già tutto. Come ha detto un mio amico, è incredibile che i Beatles riproposti continuamente… Chi li ama, come me, sottolinea la cosa con uno stupore compiaciuto. Chi non li sopporta (tutti commettiamo errori) non tratterrà un moto di fastidio.

 

 LA CITTA’ INCANTATA

Un film di Hayao Miyazaki. Con Rumi Hiiragi, Mari Natsuki, Miyu Irino, Bunta Sugawara, Koba Hayashi.
Animazione,125 min. – Giappone 2001.

“Se dovessi scegliere i cinque maestri dell’arte cinematografica, uno di essi sarebbe Miyazaki”: così si è espresso il compositore Joe Hisaishi, collaboratore di lunga data dell’artista all’indomani dell’Oscar come miglior film d’animazione a La città incantata (per la prima volta a un lungometraggio giapponese).
E come smentirlo, ripensando alla disarmante semplicità e complicità con cui Miyazaki sa architettare le sue storie, piene di stupore e senso del meraviglioso. Lui meglio di altri è riuscito a trasporre sullo schermo il fantastico quotidiano in forma di poesia, una poesia intimamente umorale, precategoriale, che parla il linguaggio universale di un’umanità sottratta alle catene di bassezze tristemente reali.
La città incantata è una storia di maturazione di stampo classico, in cui l’irruzione dell’oltremondano è solo una delle possibili metafore del confronto tra una bambina e il mondo esterno. Miyazaki conserva l’asprezza allegorica de La principessa Mononoke, ma torna ad occuparsi di quel mondo di mezzo che è l’infanzia sulle soglie della coscienza, proprio come nell’insuperato Il mio vicino Totoro.

Chihiro sta traslocando con i genitori in un’altra città. Sulla strada per la nuova casa, dopo aver erroneamente imboccato un sentiero sterrato che attraversa un bosco, la famiglia incappa in un’antica e buia galleria. Incuriositi decidono di esplorarla, arrivando in una valle apparentemente disabitata. I genitori subito scompaiono, e Chihiro si ritrova sperduta nel mondo degli spiriti, in una magione/bagno pubblico gestito dalla strega Yubaba, che accetta di assumerla alle sue dipendenze purché semplifichi il suo nome in Sen. Inizia la dura lotta della “neonata” Sen per ritrovare se stessa e i suoi genitori, tra personaggi surreali e gli sporadici alleati: la sguattera Rin, l’aracnomorfo Kamajii e soprattutto il misterioso Haku, bel giovane che per primo l’aiuta a sfuggire alla folla intimorita.

Impostazione da classico bildungsroman: eppure, dietro la rilettura fiabesca si nasconde un’inaspettata durezza, in cui le asperità non vengono occultate o smussate per guadagnarsi la simpatia dei più piccoli (o meglio, dei loro genitori), come spesso avviene con l’animazione di marca disneyana più recente: al contrario, ogni difficoltà emerge – in modo non bellicoso, grazie alla partecipazione attiva di uno sguardo umoristico-spensierato – e viene amplificato. Perché solo sconfiggendo i propri demoni e le proprie paure è possibile liberarsi, riappropriarsi del proprio nome, simbolo dell’unicità e complessità che ci contraddistingue.

PICNIC AD HANGING ROCK

Un film di Peter Weir. Con Rachel Roberts, Dominic Guard, Helen Morse, Jacki Weaver, Vivean Gray, Kirsty Child Drammatico,110 min. – Australia 1975.

Tratto da una storia realmente accaduta in Australia nel 1900, e riportata in un romanzo ononimo di Joan Lindey, il film narra le vicende di alcune studentesse scomparse durante una gita in una zona di montagna . Le ricerche partono subito e coinvolgono personalmente, oltre che l’inflessibile direttrice, anche un giovane benestante inglese e il suo stalliere. Nonostante che due ragazze, una l’unica tornata dalla scampagnata e l’altra trovata dal giovane britannico, siano salve , da loro non arriva nessun indizio prezioso.
Non si saprà mai cosa sia realmente successo, dopo numerosi tentativi protratti per giorni di trovare un segno di vita.

Weir dirige un film tra il dramma e il misterioso,a suo modo carico di tensione e inquietante. Lascia intendere un discorso legato all’amore tra donne, nei personaggi di Miranda e Sara, traccia un delicato poema sulla morte, la scomparsa, la fragilità dell’esistente che si perde nei confronti di una natura criptica.
Lo stile lento e preciso, la recitazione fatta di piccoli sussulti emotivi e raggelanti inquadramenti etici e sociali, la disperazione della direttrice che vede crollare il suo college e la fine tristissima che farà. Uno di quei film che vivono oltre i generi e gli anni, di grande intensità emotva.
Il mondo è un antro di spettri con cui devono abituarsi a convivere in prima persona, e le creature disperse che sembrano aver maturato una coscienza che le pone come elemento integrante della natura arrivano al punto di venir ingoiate da essa. E in questo incedere incerto e affascinante, si assiste alle vane ricerche della piccola comunità, che nonostante disponga di instancabili risorse, è metaforicamnte tagliata fuori, come chi guarda, da un mondo per il quale non ha più rispetto. La voce fuori campo nel finale ci invita a riflettere: il viaggio a Hanging Rock ci conduce verso l’ignoto inquietante o l’ignoto sognante? Certamente raggiunge il luogo ove albergano le più forti emozioni in un vortice mistico, che si muove lento ma inesorabile.

 

FAHRENHEIT 451

Tratto dal famosissimo ed omonimo romanzo di Ray Bradbury, narra di una ipotetica società dispotica del futuro, nella quale i libri sono fuorilegge. Il compito dei pompieri è paradossalmente quello di trovarli e bruciarli tutti.
Fahrenheit 451 è un film straordinariamente complesso, in cui i temi vengono intrecciati con sapiente cura e notevole  maestria, sebbene siano molteplici e tutti allo stesso modo impegnativi.
La pellicola si apre con immagini di antenne televisive dai colori alterati, attribuendo al film un valore provocatoriamente fantascientifico: il fuoco non è una minaccia per la società, bensì è uno strumento che i pompieri utilizzano per proteggerne il “benessere” distruggendo i libri; perché “i pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in mondi diversi, il che non è mai possibile!”. Il mondo in cui vive Montag, il pompiere protagonista del film, è un mondo privo di parole: non se ne trovano scritte nei fumetti né sui flaconi di medicinali e pronunciate solo se necessario. Invece è ricco di apparecchi televisivi che trasformano gli spettatori in automi e riducono gradualmente fino alla totale perdita la coscienza e la memoria personale, nonché collettiva.
Però esistono i sovversivi, e si riconoscono dall’assenza di antenne sulle loro case. Una di loro Clarissa riconosce in Montag la “diversità” e con una semplice conversazione ricca di domande risveglia la sua mente.Da quel momento inizia a leggere. Di nascosto. La moglie terrorizzata dalla sua metamorfosi lo denuncia, Montag è costretto alla fuga, grazie alla quale, si unirà agli “uomini libro” persone che imparano a memoria un libro, nascondendolo laddove nessuno potrà mai trovarlo.

Quinto lungometraggio del regista francese François Truffaut, fu il suo primo girato a colori e con una produzione straniera (e quindi con un budget elevato).
Fedele al libro da cui è tratto, si inserisce nel filone (1984, Il mondo nuovo) dell’analisi e della denuncia, tramite il genere fantascientifico, delle dinamiche di controllo sociale , dell’uso distorto del potere mediatico, della progressiva deviazione della società aperta in struttura totalitaria.

3 commenti

  1. Per questa categoria consiglio il film su Ian Curtis dei Joy Division. Non ricordo il titolo cmq è spettacolare!


    • Control? anche a me è piaciuto tantissimo! tanto che adesso ascolto i joy division dopo quel film!


  2. Brava quello, masa bel🙂



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