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Gli intoccabili

LA RAGAZZA SUL PONTE
 Accostarsi fiduciosi ad un Leconte, in tempi recenti, era impresa di fede assoluta. Difficile perdonare cadute di stile come quelle di Tango, o Ridicule (così inultilmente cinéma de papà), ad un regista capace del rigore intenso dell’Insolito Caso Di Mr.Hire, o di un film magico, e sensuale, come Il Marito Della Parrucchiera, tra i più misteriosi film dei perduti anni Ottanta. Senza che si possa gridare al miracolo, con La Ragazza Sul Ponte Leconte recupera almeno quella capacità che lo aveva reso famoso: il talento di suggerire un’atmosfera, di tracciare la linea, ora triste, ora allegra, prevedibile sempre, del destino. La ragazza è, come si può immaginare, una gentil donzella che dal ponte del titolo vuole lasciare per sempre questo mondo crudele. Fragile, piena di problemi, circondata da assistenti psicologi che la sondano in continuazione. Il gesto fulmineo che la salva dalla sicura dipartita viene da una mano allenata, appartenente ad un lanciatore di coltelli. Il legame che si stringe tra i due sarà il motore trainante per un romantico giro d’Europa. Fin verso il punto nel quale la predetta linea del destino s’infrange contro il finale della storia. C’è l’atmosfera circense, che aiuta. Magica di per sé, scintillante, affabulatrice, densa di richiami e ricordi che lo spettatore ha introiettato con serena potenza. C’è il bianco e nero, ed anche questo aiuta. Decisione difficile e rischiosa, quella di Leconte, per risollevare le proprie sorti. Ma, come in Juha di Aki Kaurismäki, la qualità fotografica, piena di luce ed assolutamente “esatta” nel disegnare i contorni delle figure regala un fondale incredibile allo sfrangiarsi della storia. C’è Vanessa Paradis e, incredibile dictu, anche questo aiuta. Svezzata dai ruoli di adolescente piccante e un po’ lolita, si mette a fare il bersaglio per i coltelli di Daniel Auteuil (aiuta meno, lui, da qualche film in preoccupante crisi di ripetitività espressiva), ed è una pagina bianca sulla quale si scrive un romanzo di amore, disperazione, necessità e morte ventura. I colori del melodramma macchiano la lucentezza del bianco e nero, incrostano positivamente le possibilità della vicenda lasciando scendere un piacevole alone di fascino confuso. Rumore delle ruote dei carri del circo, il senso del peregrinare, quell’incredibile scelta, la vita o la sua negazione, legata all’atto del lanciare un coltello contro un corpo umano. Un fatto di precisione, ed assennatezza. Come l’amore. Se solo Leconte non la prendesse così “ariosa”, intossicando l’asciuttezza di alcuni passaggi, e sottolineando sin troppo le relazioni (come un Carax in debito d’ossigeno), La Ragazza Sul Ponte avrebbe ben poco da invidiare alle sue cose migliori. Così invece la scorrevolezza è talora compromessa, e si perde l’intensità che promana dal rapporto tra i personaggi, trasformata in deja-vu ed inutile insistenza. Ma si può sognare, e commuoversi anche. E sperare, perché Leconte è tornato in forma.
I LOVE YOU, MAN
 L’agente immobiliare Peter Klaven ha appena chiesto alla fidanzata Zooey di sposarlo, la ragazza è entusiasta e non perde tempo a telefonare alle amiche per informarle della bella notizia, mentre Peter non dimostra nessun particolare desiderio di informare qualcuno. Durante un pranzo a casa Klaven, viene fuori che Peter non ha mai avuto dei veri e propri amici maschi, prediligendo fin da piccolo la compagnia delle femmine. Dopo aver origliato una conversazione tra Zooey e le sue amiche, Peter si rende conto che deve trovarsi al più presto un amico maschio, con cui convidere le giornate e che possa fargli da testimone al matrimonio. Peter chiede dei consigli al fratello minore gay Robbie, su come incontrare amici in modo semplice e soprattutto platonico. I primi tentativi sono alquanto maldestri, prima passa una serata con Barry, il marito della migliore amica di Zooey, e i suoi amici giocando a poker, serata che si conclude orribilmente quando Peter vomita vistosamente addosso a Barry, dopo una gara di bevuta di birre. Poi Peter esce con un collega della palestra dove lavora il fratello, anche questo appuntamento è un disastro che fiora la rissa, quando l’uomo inizia ad urlare in modo acuto durante una partita dei Los Angeles Galaxy. In seguito, Peter esce con Doug, un appuntamento organizzandotogli dalla madre, anche questo finisce in modo inaspettato quando l’uomo lo bacia improvvisamente sulla bocca, fraintendendo l’incontro come un appuntamento romantico. Peter ormai ha perso le speranze, per questo si butta sul lavoro cercando inutilmente di vendere la casa di Lou Ferrigno. Durante l’open house, per la vendita della casa, Peter conosce Sydney Fife, rimanendo molto colpito dal suo modo di fare. Dopo essersi scambiati i biglietti da visita, Peter, seppur con molta difficoltà, lascia un messaggio nella segreteria di Sydney, che poco dopo lo richiama per organizzare un’uscita. Dopo aver pranzato assieme, Sydney porta Peter nella sua “caverna”, un garage adibito come zona relax, con la televisione, divano e vari strumenti musicali. Man mano Sydney e Peter iniziano a frequentarsi sempre più spesso, e grazie ai modi di fare del nuovo amico Peter comincia a lasciarsi andare, confidando cose intime della sua vita sessuale con Zooey. Durante una cena per il fidanzamento, Sydney tiene un discorso che finisce con un allusivo invito a Zooey a praticamente sesso orale al fidanzato, il tutto di fronte ai genitori di Peter. Peter e Sydney passano sempre più tempo assieme, giocando a golf, facendo passeggiate sul lungomare e andando al concerto dei Rush, per il quale Peter rinuncia alla sua tradizionale domenica a guardare il canale via cavo HBO. In tutto questo Zooey inizia a sentirsi esclusa e trascurata dal suo Peter. Durante la scelta per lo smoking, Sydney chiede a Peter perché vuole sposare Zooey, ma l’amico non sa rispondergli, dopodiché chiede a Peter un prestito di 8.000 dolarri da investire in un suo progetto. Finalmente Peter si rende conto di aver trovato l’amico che cercava e chiede a Sydney di fargli da testimone alle nozze. Tuttavia Zooey si dimostra insofferente per il forte legame tra Peter e Sydney, soprattutto quanto Sydney rischia di fare perdere i diritti sulla vendita della casa di Ferrigno a Peter. Dopo che Peter dice a Zooey di aver prestato del denaro a Sydnaey, tra i due nasce una discussione, in cui Peter chiede alla fidanzata il motivo per cui si stanno per sposare, ferita e arrabbiata Zooey ve ne và, andando a stare per qualche tempo a casa dell’amica Denise. Una mattina, mentre sta andando a lavorare, Peter vede la sua faccia su degli enormi ed imbarazzanti cartelloni pubblicitari che reclamizzano la sua attività immobiliare, acquistati da Sydney con i soldi che gli aveva prestato. Peter affronta Sydney accusandolo di esssere un immaturo e rompe l’amicizia con lui. In seguito Peter riesce a riappacificarsi con Zooey, spiegandole che il suo comportamento era dettato dal nervosismo per l’imminente matrimonio. Successivamente, Peter scopre che i cartelloni pubblicitari hanno riscosso un enorme successo, procurandogli nuovi clienti e ottenendo nuovamente i diritti sulla vendita della casa di Lou Ferrigno. È arrivato il giorno delle nozze e Peter si dimostra un po’ a disagio per la mancanza di Sydney, Zooey nota la malinconia del futuro sposo e chiama Sydney per invitarlo, che in realtà si trovava già in viaggio verso il luogo del matrimonio. Poco prima dello scambio dei voti, Sydney fa il suo ingresso trionfale. I due amici si riappacificano dichiarandosi l’uno all’altro il proprio amore platonico, da quel momento Sydney assume il ruolo di testimone e migliore amico di Peter.
IL COLLEZIONISTA DI OSSA
Il nuovo film dello specialista del thriller Philp Noyce “il Collezionista di ossa” può ricordare, almeno negli intenti, “Seven” di D.Fincher; ma quanto il secondo era nichilista, oscuro e violentemente pessimista quanto invece il primo, al contrario, non riesce mai ad uscire dagli standard del genere per diventare un non-genere o almeno qualcosa di diverso, di non-visto. Il film narra la caccia a un serial killer assai fantasioso e un po’ intellettuale visto che compie degli efferati omicidi seguendo una raccolta di storie dell’orrore di inizio secolo. Toccherà al detective Rhyme (D.Washingotn immobilizzato su un letto) e alla sua “co” (interpretata dal premio Oscar Angelina Jolie, qui più in forma rispetto al film che gli è valsa l’ambita statuetta, “ragazze interrotte”, ed è tutto dire..) scovare il terribile omicida e riportare ‘ordine nella metropoli. Siete colpiti da un improvviso deja vu? Non ne avete colpa visto che il collegamento con “Il silenzio degli innocenti” è quantomai palese ed è ormai un modello cui tutti gli autori di thriller sembrano rifarsi. Il film, tratto da un romanzo di Jeffrey Deaver, alterna una suspense ben calibrata e scene veramente disgustose a banalità degne dei peggiori prodotti di Hollywood, come la scontata storia d’amore tra i due poliziotti e il loro capo che cerca di mettere loro il bastone tra le ruote, finendo male. Impressionanti le riprese sotterranee, in particolare l’omicidio “al vapore” nella prima parte del film: da accapponare la pelle le urla della malcapitata vittima. Nel complesso P.Noyce (Giochi di potere, il Santo) si conferma regista di buon mestiere ma di scarso estro creativo e piuttosto incapace a dare una sua impronta gli attori, spesso improbabili e fuori parte.
21 GRAMMI
Le storie di tre persone si intrecciano per caso, dando origine al nuovo film di Alejandro Gonzalez Inarritu (Amores perros). Paul (Sean Penn / U Turn) ha bisogno di un cuore nuovo, ma non ho la minima idea se farà in tempo ad ottenerlo o meno. Nel frattempo la moglie Mary (Charlotte Gainsbourg / Mia moglie è un’attrice) è decisa ad avere ad ogni costo un figlio da lui. Jack (Benicio del Toro / Traffic) è un o sbandato che ha messo la testa a posto anche grazie ad un nuovo infervoramento religioso, che la moglie Marianne (Melissa Leo / Always – per sempre) non capisce, ma accetta pur di avere suo marito di nuovo in casa anziché in prigione. Christina (Naomi Watts / Mulholland drive) ha una tipica “famiglia felice americana”, ma a causa di un incidente, che le porta via il marito e le due bambine, si ritrova nell’abisso della disperazione e della droga da cui era riuscita a fuggire in gioventù. Cosa unisce tutti questi personaggi? Beh, se il cuore nuovo di Paul è quello del marito di Christina morto nell’incidente stradale causato da Jack… Ognuno di questi personaggi dovrà fare i conti con la nuova vita che l’attende dopo i drammatici eventi. Paul avrà la possibilità, grazie a qualcun’altro di continuare a vivere, Jack, con tutto il suo fervore religioso, dovrà venire a patti con il rimorso e Christina accettare di essere di nuovo sola. Il film francamente è costantemente pervaso da una sensazione di dejà vu a causa di un plot che non brilla certo per originalità. D’altro canto è impossibile non ascrivere ad Inarritu il merito di aver girato, e montato, una pellicola tecnicamente bellissima. Al di la della narrazione frammentata, che all’inizio risulta decisamente spiazzante per lo spettatore, i diversi stili di fotografia aiutano ad orientarsi nei vari salti temporali e di ottica dei protagonisti. La sensazione di realismo ed il coinvolgimento aumentano ancora di più grazie all’uso della cinepresa a mano che, nei suoi movimenti, replica il nervosismo degli attori portati al limite delle loro emozioni. Fortunatamente il cast è adeguato al ruolo.
MI CHIAMO SAM
Sam Dawson (Sean Penn / “La Sottile Linea Rossa”) è un uomo con una figlia: Lucy (Dakota Fanning). La madre li ha abbandonati subito dopo la sua nascita ed ora Sam deve crescerla da solo. Sarebbe un’impresa difficile per chiunque, ma lo è ancora di più per Sam che ha il Q.I. di un bambino di 6 anni. Nonostante tutto, e grazie all’amore che nutre per la sua piccola, oltre all’aiuto della sua vicina Annie (Dianne Wiest / “Pallottole su Brodway”), riesce nell’impresa. Una vita felice fatta di cose semplici, ma vere. Dietro l’angolo, però, c’è la realtà della legge: un uomo come Sam non può crescere una bambina perché non è in grado di offrirgli il supporto di ciò che ha bisogno e quindi la bambina sarà data in affidamento ad una famiglia “normale”. Sam non è disposto a rinunciare alla figlia per nulla al mondo, la sua Lucy ed anche i suoi amici, molto particolari, sono pronti a supportarlo, quello che ora gli serve è un avvocato, un buon avvocato, magari quello che ha il miglior annuncio sull’elenco telefonico: Rita Harrison (Micelle Pfeiffer / “Storia di Noi Due”). Rita però non può certo aiutare uno come Sam, che vive con lo stipendio di garzone di caffetteria, lei che guadagna cifre a cinque zeri, ma a volte, magari per una semplice scommessa può accadere l’incredibile. La pellicola, diretta da Jessie Nelson, risulta essenzialmente un pò lunga e con poco ritmo. L’intento principale è chiaramente quello di toccare, pesantemente, le corde emotive dello spettatore, scatenando pianti a più non posso. La figura di Sam sembra creata appositamente allo scopo con la sua difficoltà di comunicare ed i mille problemi a cui va incontro. Al di la dell’aspetto lacrimevole del tutto, vengono comunque affrontati argomenti importanti: l’esplorazione dei legami familiari e dei sentimenti che uniscono padri, madri e figli (molto cara alla sceneggiatrici già autrici di “Nemiche Amiche”), come anche l’opportunità che un giudice divida due persone non in base all’amore che le lega, ma alle presunte capacità di crescere un figlio ed infine l’incomunicabilità di alcuni genitori per la mancanza di tempo (e di pazienza) da dedicare ai loro figli. Molta carne al fuoco che alla fine crea tanto fumo, che si sa fa lacrimare, e poco arrosto. In ogni caso il film meriterebbe una visione se non altro per la prova degli attori; oltre a Penn c’è la stupefacente Dakota Fanning nel ruolo di Lucy ed il gruppo di amici “speciali” di Sam sorprendenti nella loro semplicità. Michelle Pfeiffer dipinge una perfetto avvocato in carriera con tutte le sue nevrosi ed i suoi tic, ma allo stesso tempo riesce poi, durante l’arco della storia, a restituirci una donna diversa più consapevole dei valori della vita tanto che alla fine ci viene da chiederci chi abbia guadagnato di più dal rapporto cliente avvocato lei o Sam. Regia semplice, a tratti banale, ma una grande colonna sonora dei Beatles.
JOHN Q
Cosa è disposto a fare un uomo per salvare la vita di suo figlio? Di tutto, è disposto anche ad improvvisarsi rapitore.
John Q. Archibald (Denzel Washington – Training day) sua moglie Denise (Kimberly elise – Beloved) e il loro bambino Mike (Daniel E. Smith) non sono una famiglia benestante, però cercano di tirare avanti in modo onesto e decoroso. Un giorno però, durante una partita di baseball Mike si sente male: all’ospedale i genitori verranno informati che ha una grave malattia cardiaca, e che non può essere curato se non con un trapianto. Inizia così una corsa contro il tempo e soprattutto contro le difficoltà economiche che purtroppo sono tante. L’assicurazione di John non copre interventi così costosi, i risparmi sono insufficienti, l’ospedale non intende farsi carico di una spesa così ingente. Che fare? Come si può ottenere l’attenzione necessaria affinché Mike possa ricevere un cuore nuovo? La risposta è semplice: creare un caso mediatico che porti all’attenzione dell’opinione pubblica il problema e che di conseguenza consenta l’inserimento del nome di Mike nella lista per i trapianti. John Q si barrica nel pronto soccorso dell’ospedale e, cercando di venire incontro alle lamentele degli ostaggi, alle richieste del tenente Grimes (Robert Duvall – A civil action) e alle pretese del capo della polizia Monroe (Ray Lotta – Hannibal), sarà pronto all’estremo sacrificio pur di salvare la vita del suo bambino.
COME TE NESSUNO MAI
Primo giorno: Silvio e Ponzi, amici e compagni di classe in un liceo di Roma, accettano di partecipare all’occupazione della scuola solo con l’obiettivo di fare colpo sulle ragazze. Ne parlano la sera con gli altri ragazzi, tra cui Martino, molto invidiato perché ha già una relazione con Valentina. Secondo giorno: viene decisa l’occupazione. Gli studenti sfondano le barricate ordinate dal preside e si dividono nelle varie aule. Silvio si trova accanto a Valentina, entrano nella stanza buia dell’archivio e qui si baciano. Questo fatto, che doveva restare segreto, dopo qualche ora è sulla bocca di tutti. Lo sa anche Martino che, infuriato, decide di vendicarsi. Lo apprende poi anche Claudia, amica di Valentina e segretamente innamorata di Silvio. I genitori di Silvio, ex sessantottini, minacciano di cambiargli scuola e gli impediscono di dormire nell’edificio insieme agli occupanti. Terzo giorno: la polizia entra a scuola. Gli studenti scappano. Silvio e Claudia si trovano a fuggire insieme sul motorino. A casa, Silvio parla di Claudia col fratello maggiore che alla fine lo esorta ad andarla a cercare. Silvio e Claudia si rivedono e il nuovo incontro scioglie ogni dubbio. Silvio ora ha le idee chiare: l’amore conta più di tutto.
FRANKESTEIN JUNIOR
Alla lettura del testamento del barone Victor Von Frankenstein, si scopre che l’eredità va tutta al nipote Frederick, un brillante chirurgo di New York. Il dottor Frederick Frankenstein, seccato dalla parentela con l’illustre predecessore, tentenna prima di accettare di recarsi al castello del nonno per fare un sopralluogo, ma alla fine intraprende un viaggio che lo porterà sulla strada di famiglia… Mel Brooks, con la sua comicità di stampo demenziale, in “Frankenstein Junior” rivisita l’immortale storia di Frankenstein ribaltando completamente le caratteristiche del celebre mostro. Difatti quest’ultimo è tutt’altro che spaventoso, ed anzi risulta essere un ottimo ballerino di tip tap. Ma il film gioca anche con altri stereotipi del cinema horror, soprattutto quello degli anni ’30, sfruttando un’intelligente scelta fatta a livello di fotografia, in puro bianco a nero, che ricrea perfettamente le ambientazioni e l’atmosfera delle pellicole parodiate. L’intrattenimento offerto è gradevole, con diverse divertenti situazioni intessute in un originale intreccio. A volte però si ha la sensazione che il film non calchi completamente la mano e si trattenga dallo spingersi in una maggiore quantità di gag. Da ricordare tutti i simpatici protagonisti della pellicola, dallo scienziato interpretato da Gene Wilder (quest’ultimo anche sceneggiatore con Mel Brooks del film) fino ad Igor (Marty Feldman), il gobbo strabico che non nasconde la sua vigliaccheria.
LA CUSTODE DI MIA SORELLA
Anna, una ragazzina di undici anni, fa causa ai suoi genitori perché possa scegliere in prima persona cosa fare del suo corpo. Anna è stata concepita in provetta con lo scopo preciso di diventare una donatrice sana e compatibile per sua sorella Kate, malata di leucemia. Dopo lunghi anni passati tra prelievi di sangue, midollo e altre dolorose terapie la bambina non sembra più essere disposta a tutto questo stillicidio. Il prossimo passo dovrà infatti essere il trapianto di un rene per la sorella in continua dialisi. Anna si presenta così da un noto avvocato e chiede con convinzione di portare i suoi genitori in tribunale, ma molte cose rimangono non dette tra lei e sua madre. A sette anni dal John Q., il regista Nick Cassavetes ritorna ad affrontare un dramma famigliare di stampo medico-legale raccontando la struggente storia di una famiglia in disfacimento a causa di una terribile malattia. La tematica è importante e di estrema attualità, toccando temi caldi come la manipolazione genetica delle cellule pre-natali e l’accanimento terapeutico nei confronti dei malati terminali. L’inizio e la fine della vita diventano così due momenti in cui è necessario chiedersi quanto sia lecito che l’uomo intervenga grazie alle moderne tecniche mediche.
IL CACCIATORE DI AQUILONI
Il film parla dell’amicizia tra due bambini appartenenti a etnie e classi sociali differenti: Amir, figlio di uno degli uomini pashtun più influenti di Kabul, e Hassan, il suo piccolo servitore azara. Sullo sfondo le vicende storiche che, in trent’anni, hanno portato alla progressiva distruzione e devastazione della cultura e del paese afgano. Amir e Hassan sono inseparabili, accomunati anche dalla passione per le gare di aquiloni. Ma un tragico evento irrompe e sconvolge le loro vite: Amir assiste di nascosto allo stupro del suo giovane compagno di giochi da parte di un gruppo di teppisti. Quando le truppe sovietiche invadono il suo Paese, il bambino è costretto a fuggire negli Stati Uniti con il padre Baba, ma il senso di colpa per non aver aiutato il suo piccolo amico non lo abbandonerà più. Negli Stati Uniti cresce, si diploma, conosce Soraya, la donna che diventerà sua moglie, e pubblica il suo primo libro, coronando il sogno di diventare uno scrittore. Quando un giorno riceve nella sua casa di San Francisco una telefonata inattesa, Amir capisce che è giunto il momento di rimediare ai propri errori. Rahim Khan, un vecchio amico di Baba, lo prega di fare rientro nel suo paese: Sohrab, il figlio di Hassan ha bisogno del suo aiuto…
THE MILLIONAIRE
Chissà se i tragici avvenimenti che stanno portando l’India e in particolare Mumbai sulle prime pagine di stampa e televisioni di tutto il mondo gioveranno in termini di pubblicità a “The Millionaire” il nuovo film di Danny Boyle, il talentuoso ma discontinuo regista di Manchester reso famoso da “Trainspotting” e transitato poi, con alterne fortune, nei più disparati generi cinematografici. Sicuramente il terrorismo islamico non sfiora neanche lontanamente la trama di “The Millionaire”, che ruota invece attorno alla partecipazione del giovane Jamal (Dev Patel) al celebre quiz dal format internazionale “Chi vuol essere milionario”. Jamal è arrivato all’ultima domanda, quella da 20 milioni di rupie e sta tenendo incollate al video decine di milioni di indiani. Di fronte a lui il conduttore Prem Kumar (Anil Kapoor) non ha il faccione rassicurante di un Gerry Scotti, ma al contrario trasuda invidia e cinismo verso questo ragazzo che come lui è riuscito ad emergere dal formicaio umano degli slums per diventare un fenomeno mediatico. Come fa a sapere le risposte, difficili anche per concorrenti con ben altro background culturale? Sta imbrogliando, è fortunato o semplicemente è scritto nel destino che vada così? Messo sotto torchio da un funzionario di polizia, Jamal ripassa il suo percorso da concorrente e da ciascuna domanda azzeccata emerge un frammento della sua vita, flashback spesso dolorosi ma comunque indelebili: dalla fuga appena bambino da un orfanotrofio lager, alla vita di strada tra cumuli di immondizia e piccoli furti, fino ad un impiego come fattorino del tè in un grande call center. Insieme a lui, il fratello maggiore Salim, precocemente attratto dal potere e dalle armi e la bellissima Latika (Freida Pinto), che finisce presto nelle mani di un laido potente locale. Proprio l’amore verso Latika darà a Jamal la forza e il coraggio per lottare contro ogni avversità verso il coronamento del suo sogno. Come spesso succede nel cinema di Boyle, anche in “The Millionaire” è lo stile, il suo stile, visionario, acido, ipercinetico e videoclippato, a prendere presto il sopravvento sulla verosimiglianza della trama, molto vicina ad una favola melò sulla forza dell’amore e del destino con tanto di happy end ballato e cantato, in pieno Bollywood style, omaggio dovuto all’industria cinematografica più prolifica e colorata del pianeta. E’ una tecno India quella di “The Millionaire”, il Paese-continente del miracolo economico, un melting pot di influenze culturali in cui ricchezza e sviluppo si mescolano a miseria ed escrementi, in cui il suono del sitar si mescola ai beat elettronici, in cui spiritualità e progresso convivono senza ostacolarsi. Esempio per tutto il mondo di come si possa portare a compimento l’inevitabile processo di incontro fra Oriente ed Occidente e che la follia religiosa di questi giorni può solo rallentare ma non interrompere.
CONTROL
Inghilterra, fine degli anni ’70: Ian Curtis aspira a qualcosa di molto di più che vivere nella sua cittadina natale. Desideroso di emulare i suoi idoli musicali, come David Bowie e Iggy Pop, Curtis entra a far parte di un gruppo e sogna di diventare un musicista a tutti gli effetti; ma nel giro di poco tempo, le paure e le emozioni che nutrono la sua musica sembrano consumarlo lentamente. Accolto con entusiasmo al Festival di Cannes del 2007, “Control” è la storia del leader del gruppo musicale Joy Division, Ian Curtis, che a soli 24 anni, con rosee prospettive di successo, decise di suicidarsi. Il film è stato fortemente voluto da Anton Corbijn, regista olandese al suo esordio, grande fan della band (nel suo passato di fotografo realizzò anche un servizio su di loro), tanto che per il lancio della pellicola ha speso più di due milioni di dollari di tasca propria. Per la stesura della sceneggiatura è stata coinvolta la moglie di Ian, Deborah Woodruff Curtis, che sulla drammatica vicenda del marito ha scritto anche un romanzo, “Touching from a distance”. “Control” non è certo un film per rilassarsi e per tirarsi su di morale. E’ difatti un’opera profondamente triste, dove abitano pochi sprazzi di luce e molte ombre. Corbijn si sofferma su tutti gli aspetti più difficili dell’esistenza di Ian, dal suo problema con l’epilessia, all’instabile rapporto con la moglie, ad una malinconia che non sembrava mai lasciarlo, fornendo uno spaccato assai “grigio” che trova nella sua scelta di girare il tutto in bianco e nero una ulteriore sottolineatura. L’ineluttabilità di un destino che pare già segnato e la complessità (fragilità) del protagonista sono i due elementi che fuoriescono con più efficacia dal racconto, che può risultare in diversi frangenti assai pesante ma che ha una sua indubbia capacità attrattiva, nonostante le tematiche non proprio nuove. Il cast è buono, con il protagonista Sam Riley capace di dar vita con equilibrio alle svariate sfumature della personalità di Ian (Riley è anche stato cantante e frontman dei 100,000 Things, gruppo musicale che ha avuto un moderato successo in Gran Bretagna). La colonna sonora è ovviamente composta per gran parte da pezzi dei Joy Division ma rimane spesso sullo sfondo, così come la storia di tutto il gruppo. “Control” è un film che lascia di sicuro l’amaro in bocca nello spettatore ed un senso di incompiutezza, figlio di una vita troppo breve e mal vissuta.
FORREST GUMP
Forrest Gump (Tom Hanks), un quarantenne un pò strambo seduto ad una fermata d’autobus racconta la sua vita a chiunque gli si sieda vicino, la sua voce è strana, i suoi modi gentili, la sua storia pazzesca, incredibile e coinvolgente. Tutto inizia quando Forrest, allevato dalla volitiva e intraprendente signora Gump (Sally Field)  che fa di tutto per far vivere al suo strambo ragazzo una vita normale, nonostante tutti, mdici, presidi e compgni di scuola non facciano altro che ricordargli  il ritardo mentale che affligge il suo ragazzo e quanto minerà inesorabilmente quualsiasi suo sogno o ambizione. La signora Gump però non ci sta e dopo aver fatto ammettere Forrest ad una scuola normale, lo sprona a combattere i pregiudizi e ad inseguire i propri sogni. Così morta la madre il ragazzo inizierà un lungo percorso di crescita che lo vedrà guadagnarsi con il football una borsa di studio per meriti sportivi, diventare campione internazionale di ping pong, eroe di guerra durante il Vietnam, imprenditore, padre e finire sui giornali per aver attraversato di corsa tutti gli States. Il regista Robert Zemeckis ci racconta il sogno americano con gli occhi della diversità e dell’eccezione che non sempre fa la regola. Tom Hanks rispolvera l’entusiasmo fanciullesco del ragazzino in un corpo da uomo di Big e tratteggia con il suo stile non stile e la sua faccia da americano medio un commovente ed esilarante eroe alternativo. Un grande cast, effetti speciali all’avanguardia che permettono al protagonista e a noi spettatori di vivere virtualmente cinquant’anni di storia americana, e il valore edificante delle fiabe e del messaggio ottimista e positìvo di questo tenero Peter Pan che non può non conquistarci con la sua spicciola e al contempo sorprendente filosofia di vita. Ben tredici nomination e sette stauette accompagnano il trionfo planetario di Forrest Gump, miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista, miglior montaggio, miglior sceneggiatura non originale e l’immancabile premio come migliori effetti speciali. Un vero trionfo, e meritato aggiungiamo noi, per la delicatezza utilizzata nel ritrarre un diversamente abile e per il messaggio positivista. Un film assolutamente da non perdere.
LE ALI DELLA LIBERTA’
Andy Dufresne (Tim robbins) accusato di aver ucciso sua moglie e l’amante di quest’ultima, viene condannato a due ergastoli che dovrà scontare nel penitenziario di Shawshank, qui farà la conoscenza del dispotico direttore e di un manipolo di guardie carcerarie capitanate dal capitano Hadley (Clancy Brown). Dufresne è un semplice impiegato di banca abile con i numeri e l’approccio con il carcere sarà più violento e duro del previsto, con vessazioni e violenze fisiche che porteranno l’uomo a subire anche abusi sessuali da parte di un gruppetto di detenuti dediti allo stupro. Dufresne comincerà col tempo ad isolarsi, collezionando minerali e passando il tempo scolpendo alcuni pezzi per una scacchiera, poi il direttore e le guardie si accorgeranno della sua abilità con i numeri e Dufresne, che nel frattempo ha conosciuto alcuni detenuti tra cui il veterano Red (Morgan Freeman), che è prossimo al rilascio dopo quasi mezzo secolo di detenzione, gli affideranno alcune pratiche burocratiche da sbrigare. Purtroppo questa sua abilità costerà al detenuto un rinvio forzoso della sua libertà vigilata, ma figlierà anche un piano geniale che verrà messo in atto nel sorprendente e inaspettato finale. Il regista Frank Darabont, grande estimatore di Stephen King, suoi i successivi Il miglio verde e The Mist, si confronta con il King fine narratore di uomini ed emozioni lontano dal suo genere prediletto, dopo il nostalgico e coinvolgente Stand by me portato sullo schermo nel 1986 da Rob Reiner. Il film è un commovente e coinvolgente prison-movie che punta su un cast di notevole livello, Robbins e Freeman sono grandiosi, comprimari di lusso e una narrazione fluida e senza fronzoli che riesce a catturare lo spettatore per tutta l’ampia durata della pellicola non lasciando spazio a cedimenti, puntando su temi forti come l’amicizia virile e il  riscatto verso un sistema giudiziario dispotico e fallace. Le ali ella libertà è un cult a tutti gli effetti, oltre ad essere uno dei migliori racconti di King, rappresenta uno dei rari casi in cui la trasposizione su grande schermo non intacca il cuore del romanzo originale.
THE TRUMAN SHOW
Truman Burbank è un americano trentenne che vive a Seahaven, una tranquilla cittadina su un’isola, ha buon lavoro, una felice vita coniugale e tante persone cordiali e affabili intorno a lui. Ma Truman non è una persona qualunque, è l’attore protagonista di una soap opera in cui interpreta se stesso. Fin dall’utero materno è stato scelto come cavia mediatica: ogni istante della sua vita è spiato da 5.000 candid cameras permanenti e mandato in onda in un serial tv di enorme successo, di cui è il primo protagonista e, fatto paradossale, ci ha messo 10.909 giorni a scoprirlo!. La cittadina dal clima sempre bello in cui non succede mai nulla in realtà è un set approntato per lui in cui tutto è falso: i concittadini sono comparse, il mare è una grande piscina e persino gli eventi atmosferici sono comandati dagli effetti speciali. Anche la sua vita privata è stata manipolata per esigenze di copione: il padre è stato allontanato facendogli credere che è morto annegato in mare e la moglie-attrice quando fa l’amore con lui prende un extra di diecimila dollari. L’unica persona “vera” è una ex comparsa, allontanata dal set, che di tanto in tanto ritorna e cerca di aprire gli occhi a Truman. Ideatore e deus ex machina dello spettacolo è il regista Cristoff, dirige da un satellite e si crede onnipotente. Ma qualcosa va storto anche nei migliori spettacoli: un faro con su scritto “Sirio” dal “cielo” gli cade tra i piedi, altri errori nella sceneggiatura alimentano qualche dubbio anche nel tenero e ottimista Truman, poi la scoperta sconvolgente… Quando si accorge di non esistere come persona reale tenta di evadere dalla disneyland in cui è condannato a vivere, sale sulla sua barchetta e prende il largo. Prontamente localizzato dalla vigile telecamera mentre veleggia nella grande piscina del set, che lui crede il mare, ad un tratto urta contro “il cielo”, un fondale dipinto di azzurro abilmente dissimulato. A questo punto Truman scende dalla barca, “guarda in macchina” dritto nell’occhio elettronico, ringrazia ironicamente e aperta una porta nel fondale esce di scena. Questa favola surreale e ironica è una satira graffiante e corrosiva dello strapotere dei media televisivi americani e della dilagante presenza della tv nella nostra vita che condiziona e influenza le nostre scelte e assottiglia il labile confine tra fantasia e realtà. Lontani anni luce dallo scherzo radiofonico di Orson Welles, il popolare attore americano che nel 1944 annunciò alla radio lo sbarco dei marziani provocando un’ondata di panico in tutto il paese, i media televisivi restano uno strumento fondamentale di controllo, di condizionamento e di potere, e in Italia ne sappiamo qualcosa… Questo film così originale ha avuto un’eco enorme per gli interrogativi e gli spunti di riflessione che propone: il moderno homo mediaticus, come Truman, vive una lacerante contraddizione fra il desiderio della privacy e la consapevolezza di essere spiato dai sistemi di controllo globale quali telecamere, telefono, internet, carte di credito. Che dire poi di Echelon, il sistema americano di spionaggio universale?. Il sogno allucinante del Grande Fratello di Orwell è ormai quasi una realtà. Truman che sceglie la fuga dalla dorata prigione è anche una metafora della vita umana perchè rappresenta l’aspirazione insopprimibile alla libertà in un mondo massificato e omologato.
GLI ABBRACCI SPEZZATI
Un uomo scrive, vive e ama nell’oscurità. 14 anni prima ha sofferto un terribile incidente di macchina sull’isola di Lanzarote. Quest’uomo usa due nomi: Harry Caine, pseudonimo con il quale firma i suoi lavori letterari, i suoi racconti e le sue sceneggiature, e Mateo Blanco, il suo vero nome, con il quale vive e firma la regia dei suoi film. Dopo l’incidente, Mateo Blanco si riduce al suo pseudonimo, Harry Caine. Se non può più dirigere film si impone di sopravvivere con l’idea che Matteo Blanco è morto a Lanzarote, la notte dell’incidente. Ormai Harry Caine vive grazie alle sceneggiature che scrive con l’aiuto della sua fedele direttrice di produzione di un tempo, Judit García, e di Diego, il figlio di lei, segretario, dattilografo e guida per ciechi. Una notte Diego finisce in ospedale e Harry si occupa di lui (la madre si trova fuori Madrid). Durante le lunghe notti di convalescenza, Mateo comincia a raccontare al ragazzo la propria storia, per distrarlo, così come un padre racconterebbe una favola al figlio per farlo addormentare… Gli Abbracci Spezzati è, prima di tutto, un’appassionata dichiarazione di eterno amore che lo sceneggiatore e regista spagnolo ha dedicato al mondo del cinema. Dichiarazione fatta di continui rimandi, citazioni (e auto-citazioni) cinefile, costruita su due diversi piani temporali (tre, se calcoliamo gli inserti metacinematografici di film nel film) mescolando i toni del dramma, della commedia e del noir d’autore. E’, anche, una storia di “amour fou“, gelosia, tradimenti, follia, violenze e abuso di potere.
QUEI BRAVI RAGAZZI
Henry Hill, nato da madre siciliana e padre irlandese, ancora adolescente entra a far parte della “piccola mafia” dei quartieri bassi di New York. Lì un potente irlandese, James Conway, inizia a proteggerlo e lo introduce in una banda specializzata in furti, estorsioni e contrabbando, che presto diventa la sua vera famiglia, in cui i componenti usano chiamarsi fra loro “bravi ragazzi”. I suoi capi, James Conway, Tommy DeVito e Paul Cicero, ai quali ubbidisce senza discutere, gli dimostrano presto di essere capaci di uccidere ferocemente. Soprattutto Tommy, apparentemente così bonario, si trasforma spesso in un maniaco sanguinario, pronto ad ammazzare non solo i nemici, ma anche un malcapitato cameriere, che lo ha irritato. Henry, al quale non viene ordinato di uccidere, non si pone problemi di coscienza, soddisfatto di sentirsi qualcuno e di ricevere molti soldi. Quando si innamora, ricambiato, di una brava ragazza, Karen, la sposa senza rivelarle qual è realmente il suo mestiere. Dopo la nascita di due bambine, fra i coniugi inizia una crisi, perché Henry ha un’amante, Janice Rossi. Però alla fine prevale l’amore per Karen, che lo perdona anche se spesso si trova costretta ad essere sua complice. Quando la banda passa al traffico della droga, i bravi ragazzi sono costretti ad effettuare molti assassinii. Henry viene arrestato e, alla sua scarcerazione, capisce che gli amici vogliono eliminarlo, perché lo ritengono pericoloso. Essendo stati già uccisi Tommy e Paul, ad Henry, terrorizzato, non resta che affidarsi all’FBI e rivelare in un processo tutto ciò che sa. Poi l’FBI lo fa dileguare sotto altro nome insieme alla famiglia, per salvarlo dalla vendetta della mafia.
IL GLADIATORE
Il generale romano Maximus (Russell Crowe, candidato all’Oscar per “Insider”) ha condotto ancora una volta i suoi legionari alla vittoria sul campo di battaglia e ora spera di poter ritornare dalla sua famiglia. L’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris, “Giochi di potere”, “Gli spietati”), ormai morente, gli chiede però un’altra “impresa”: assumere il comando dell’impero al suo posto. Geloso di questo speciale trattamento l’ erede al trono Commodo (Joaquin Phoenix, “8mm”, “Da morire”) comanda l’uccisione del generale e della sua famiglia. Sfuggito miracolosamente alla morte, Maximus viene ridotto in schiavitù a allenato come gladiatore per i combattimenti nell’arena. La sua fama intanto cresce e con essa cresce anche il desiderio di vendetta per la morte dei familiari causata da Commodo; il gladiatore ha ormai imparato che il popolo ha un potere superiore a quello dell’imperatore e sa benissimo che l’unico modo per attuare la sua vendetta è diventare il più grande campione dell’impero. Diretto da un grande come Ridley Scott (“Alien”, “Blade runner”, “Thelma & Louise”) il film riporta sullo schermo l’epoca dell’antica Roma che tanta fortuna ha avuto nei tempi passati. Per convincere il regista i produttori non hanno dovuto faticare molto: è bastato mostrargli una copia del dipinto “Pollice verso” dell’artista Jean- Leon Gerome che raffigura un gladiatore rivolto al suo imperatore che con un semplice gesto gli intima di uccidere il suo avversario, che la fantasia di Scott si è subito infiammata, nonostante la popolarità di questo genere di film non fosse ancora stata verificata negli spettatori dei nostri giorni. Le scene ovviamente più accattivanti sono quelle dei combattimenti nell’arena che hanno richiesto un enorme dispendio di energie fisiche e mentali, visto che sui corpo a corpo ogni attore ha dovuto fare particolare attenzione per non farsi veramente male con le armi o con le tigri, che per quanto ammaestrate sono comunque pericolosi felini. Il risultato è un lavoro di quasi un anno sviluppato da quattro troupe differenti: una a Londra, una in Marocco, una a Malta e una di base costretta a spostarsi di luogo in luogo. Le ricostruzioni sono state fatte con dovizia di particolari, a partire dalle armi utilizzate in battaglia, per chiudere con l’abbigliamento sia dei legionari che dei gladiatori che di tutti gli altri personaggi del film. Non potendolo girare nel vero Colosseo, gli autori hanno pensato di ricostruirlo almeno in parte visto che i tempi di lavorazione cominciavano ad allungarsi troppo; per completare il tutto il computer è ormai il miglior amico dell’uomo e così sono state ricostruite le parti mancanti, sono stati aumentati gli spettatori presenti e sono stati realizzati scorci dell’antica Roma.
TITANIC
Titanic è uno dei film più costosi è più premiati della storia: basti pensare che ha vinto ben 11 Oscar. Ovviamente questo ha comportato un grande successo per gli artefici di questa produzione, in particolare al regista, George Cameron, e agli attori principali: Kate Winslet e Leonardo di Caprio, che grazie a questa interpretazione ha lanciato un nuovo modello di sex symbol. Tutto inizia quando un ricercatore di tesori subacqueo cerca di recuperare un gioiello dal Titanic affondato. Durante le esplorazioni chiede ad un’ anziana signora, superstite del transatlantico, di raccontare cosa è successo al prezioso monile e lei comincia a raccontare la sua storia. La storia è quella di un ragazzo, Jack Dawson interpretato da Leo, che di professione fa il pittore giramondo, non ha limite e neppure confini, tutto il mondo è la sua casa. Mentre il Titanic sta per partire riesce fortunosamente a vincere un biglietto durante una partita di pocker e si imbarca all’ ultimo momento. Qui salverà la vita a Rose, ora l’ anziana signora che racconta la storia, una giovane che pare ricca ma in realtà si ritrova sull’ orlo della povertà. Per questo la madre, Ruth, cerca di convincerla a sposare un giovane ricco ed arrogante, anch’ esso a bordo della nave. E’ ovvio che tra Jack e Rose scoppierà l’ amore, ma questo non sarà privo di emozioni e pericoli, fino al tragico finale.
MILLION DOLLAR BABY
Frankie Dunn (Clint Eastwood) è un orso scorbutico, indurito dalla vita e dallo sport a cui ha regalato i suoi migliori anni, la boxe, prima pugile, poi allenatore e manager, ora gestisce una palestra con un suo vecchio amico e avversario Scrap (Morgan Freeman), e mentre la vita volge al tramonto Frankie quotidianamente recitando una sorta di mantra, si interroga sulla fede, si dedica alla lettura e scrive decine di lettera alla figlia che puntualmente rifiuta persino di aprire, rispendendole al mittente. Nella cadenzata vita di Frankie, mentre il suo pugile migliore, impaziente di giocarsi il titolo mondiale, gli viene soffiato da un manager senza troppi scrupoli, piomba la minuta e combattiva Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) che tampina Frankie senza sosta perchè le insegni le basi della boxe e diventi il suo manager. Frankie cerca di far desistere la ragazza, ma Maggie ha abbandonato la sua vecchia vita ed investito tutto quel che aveva nel sogno di far carriera nella boxe femminile, così Frankie esausto e colpito dalla grinta della ragazza accetta, ma la strada intrapresa dai due porterà a delle conseguenze impreviste che sconvolgeranno le vite di entambi. Il cinema asciutto e intenso di Clint Eastwood regista non manca mai il bersaglio, e come in un’incontro di pugilato non risparmia colpi bassi, colpi proibiti sempre mirati ad uno scopo, mai messi a caso o infilati alla furba ricerca di un facile ritorno emotivo da parte dello spettatore meno preparato. La boxe si dimostra ancora uno dei veicoli narrativi che meglio trasmettono la durezza della vita e i KO che perennemente infligge, ma anche la grinta nel non mollare mai e nel perseguire un obiettivo, come l’intensa Maggie di Hilary Swank, dura come il più determinato dei soldati, ma anche infinitamente fragile solo come una donna sa essere, una performance che ci ricorda la Michelle Rodriguez di Girlfight, ma con meno rabbia da strada e una vena malinconica in più. Million Dollar Baby è un film duro, che segna e che colpisce senza paura di far troppo male, ma proprio per questo arriva dritto al cuore, e non si può non affezionarsi al Frankie di Eastwood che rude e paterno come il Mickey di Rocky, decide di non capitolare di fronte ad una vita che non gli risparmia colpi bassi, e rialzandosi senza paura, affronta il suo avversario più arcigno per un ultimo doloroso round.
IL RE LEONE
Nel 1994 la Walt Disney Pictures presentò al mondo il suo 32° classico d’animazione: “Il Re Leone“. All’uscita nelle sale si disse che era una versione con animali dell’ “Amleto” di Shakespeare (il re ucciso dal suo stesso fratello, l’erede scampato alla morte, il fantasma della vittima) e la trama potrebbe apparire anche come una riedizione di “Bambi” (la perdita del genitore, il tema della crescita, la riconquista del dominio). I fans dei Manga e degli Anime lo ritennero un plagio di “Kimba, il Leone Bianco“, un classico della produzione televisiva nipponica. Un possente incipit ci apre le porte alle vicende di Simba, figlio del re Mufasa, erede al trono. Alle sue spalle e a quelle del padre trama però lo zio Scar, che vuole fare suo quel trono a lungo sognato e ora definitivamente compromesso con la nascita del piccolo Simba. Dopo la morte del padre per mano dello zio, Simba, convinto di aver in qualche modo contribuito a questa tragedia prende la via dell’esilio, abbandonando la famiglia, gli amici e il suo regno. Trovato e allevato dai più improbabili mentori, la suricata Timon e il facocero Pumbaa, Simba cerca di dimenticare il suo passato ma, ritrovato dall’amica d’infanzia Nala e dallo sciamano Rafiki, si convince che è tempo di riprendere il suo posto nel cerchio della vita.
LA VITA è BELLA
La Vita è bella è sicuramente, almeno fino ad oggi, il capolavoro cinematografico di Roberto Benigni che qui si duplica nel ruolo di regista ed interprete principale. La storia comincia agli inizi del XX secolo. Un giovane, interpretato da Roberto Benigni, si innamora della bella del paese, nella realtà la moglie Nicoletta Braschi, e pur di conquistarla è disposto a qualsiasi cosa. Durante la festa nella quale si sarebbe ufficializzata la sua unione con un fascista della città lui lavora come cameriere al banchetto. Lei gli chiede di portarla via con un cavallo bianco e lui ha il coraggio di presentarsi così in sala e scappare via con lei. Nonostante l’ opposizione dei parenti di lei il matrimonio è inevitabile e dopo poco nasce alla coppia un bel bambino. Purtroppo l’ Italia comincia ad essere afflitta dalle leggi razziali fasciste che costringono i nostri eroi a pesanti limitazioni ed infine al trasferimento in un campo di concentramento. L’ interpretazione di Benigni da questo punto sale di livello fino ad arrivare al sublime: il padre nel cui ruolo recita non può permettere che il figlio sia afflitto da un’ esperienza così dura e quindi si inventa traduttore di una SS e fa credere che tutto sia un gioco, che la vita può essere bella, nonostante tutto. Ecco così la cronaca dell’ internamento in un campo di concentramento vista come mai prima, fino alla drammatica conclusione.
KILL BILL
Kill Bill, l’ultima fatica del geniale Quentin Tarantino, è un capolavoro filmico in equlibrio costante tra il sincero e devoto omaggio e l’occhiata irreverente alle splendide arti che furono, in campo cinematografico-televisivo, fumettistico e d’animazione. E storicamente, come ogni parto geniale e controverso allo stesso tempo, lo si può soltanto amare od odiare, non esiste alcuna via di mezzo. Nel nostro caso si tratta di amore a prima vista, o visione se preferite. Narrazione in flashback a capitoli conclusi, tra passato e presente, con un un’unico filo conduttore: il tema del duello, spietato, violento e nobilitato nel suo cerimoniale di vendetta dalla spada, protagonista per eccellenza di combattimenti esplosivi la cui violenza si innalza ad un piano sublime e surreale, semplicemente fantastico. Tarantino sfodera una regia spettacolare e ricercata all’inverosimile, tra toni drammatici, bianco e nero, animazione manga, effetti splatter, sequenze d’azione pregevoli, il tutto associato in un’unica geniale visione d’insieme. Si passa con disinvoltura tra romanticismo e ferocia con continui e suggestivi rimandi a spaghetti western, yakuza flick, storie di gangsters e b-movies, e come non rievocare l’indimenticabile mito dell’inarrivabile Bruce Lee, perfino attraverso la tutina gialla tratta da “Game of Death” indossata da Black Mamba, le mascherine nere degli 88 guerrieri di O-Ren Ishii e l’uso spasmodico delle arti marziali in onore all’indimenticabile cinema di genere degli anni ’70 e ’80. Bellissime le coreografie di Yuen Woo-Ping, la rapida e spiazzante caratterizzazione dei personaggi e la folgorante e fortemente narrativa colonna sonora che incanta passando con armonia da Ennio Morricone a Bernard Herrmann (Luis Enrique Bacalov), da Isaac Hayes (Run Fay Fun) a Jonathan Kaplan, da “Woo Hoo” dei 5.6.7.8’s a Quincy Jones, Santa Esmeralda e Nancy Sinatra, concludendo con uno struggente ed evocativo flamenco a ritmo di lame che tagliano l’aria innevata. Parte del successo di Kill Bill è da accreditarsi ad una straordinaria Uma Thurman, la cui reale gravidanza ha posticipato le riprese: Uma riesce a tradurre perfettamente l’arte di Tarantino sul grande schermo e ad infondere nello spettatore una inscindibile sequela di emozioni tanto diverse quanto forti e dirette, offrendo così una prova memorabile. Film impreziosito da un buon cast, con David Carradine, lo stesso del serial tv “Kung Fu” mai interpretato da Bruce Lee, Lucy Liu, Vivica Fox e Sonny Chiba ritenuto da Tarantino << il più grande attore che abbia mai lavorato nei film di arti marziali >> (dopo Bruce Lee, aggiungiamo noi…) e che per l’occasione rispolvera il ruolo di Hattori Hanzo della serie tv “Shadow Warriors”. Saggia la decisione di non doppiare gran parte del film sottotitolando l’audio originale, una manna per i veri amanti del cinema. Non ci resta che ricordarvi l’antico proverbio Klingon su cui si incentra l’essenza di Kill Bill: La vendetta è un piatto che va gustato freddo…
V PER VENDETTA
Inghilterra 2019, la popolazione è oppressa da un regime che oltre ad una efficiente e spietata polizia segreta, ha il totale controllo sui mass-media, La dittatura non solo mediatica, e la violazione dei più basilari diritti civili, è figlia  dalla necessità di uscire da un periodo buio in cui lo scontro politico ha causato la morte di molti cittadini britannici, coinvolti in manifestazioni di protesta, sfociate in una violenta guerriglia urbana. Dalle macerie di questi scontri e di una nazione in balia di caos, violenza e terrore sorgerà, alimentando ad arte la paura, un partito neoconservatore appoggiato dal popolo e capeggiato dall’Alto Cancelliere Adam Sutler (John Hurt), che porterà si la pace, ma anche la fine di ogni libertà. Il regime però finirà per figliare contrapposti estremismi, e cosi Londra diventerà il palcoscenico di una nuova figura mascherata conosciuta come V (Hugo Weaving), che ispirandosi  alle gesta del famigerato Guy Fawkes, cospiratore britannico che tentò nel 1605 di far saltare il Parlamento inglese, seminerà il panico nelle istituzioni, con incursioni mediatiche e attentati dinamitardi. V durante l’ennesimo atto dimostrativo in un’emittente televisiva coivolgerà nell’azione la giovane Evey Hammond (Natalie Portman), che si ritroverà suo malgrado sospettata di collaborare con il famigerato terrorista, sulle cui tracce il governo ha messo il detective Finch (Stephen Rea), il quale durante le indagini scoprirà lo sconvolgente mistero che si cela dietro la maschera dell’anarchico vendicatore del popolo. Era dal 1990, prima ancora del loro grandissimo successo “Matrix”, che i fratelli Wachowski pensavano di portare sullo schermo “V for vendetta”, una ghaphic novel di Alan Moore uscita negli anni ’80 dai forti connotati politici. Dopo 15 anni ecco finalmente questo adattamento, diretto però dal loro fidato assistente James McTeigue (un modo come un altro per i due fratelli di rimanere nell’ombra, come loro abitudine). V è un uomo che cela il proprio volto dietro una maschera di Guy Fawkes, il protagonista della fallita “cospirazione della polvere da sparo” (1605), caratterizzato da un tremendo passato e alla perenne ricerca di vendetta. Non a caso il suo film preferito è “Il conte di Montecristo”, ma a differenza di Edmond Dantes, la sua vendetta non è focalizzata contro dei singoli individui ma contro una subdola dittatura di orwelliana memoria che, nell’ipotetico futuro raffigurato nella pellicola, controlla tutta l’Inghilterra. Una domanda aleggia durante la visione del film: ma il protagonista mascherato è un eroe o un terrorista? L’opera, grazie ad un egregio testo di partenza e ad un lavoro intelligente di attualizzazione delle sue principali tematiche, si rivela inaspettatamente una profonda riflessione politica sul mondo odierno. Si fa spesso riferimento al fatto che nella vita non esistono coincidenze e tutto è frutto di ciò che è stato fatto in precedenza, ed è difficile non notare in questo una critica alla politica estera degli Stati Uniti (“ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”). Altro punto centrale (ma questo più consunto) è il potere dell’informazione, il quale però può vacillare quando un popolo acquista coscienza. La forza distruttiva della satira o il valore delle idee e dei simboli possono ribaltare i governi e cambiare la storia. Meravigliosa la scena finale, con l’intera popolazione, tutta mascherata allo stesso modo, che si riunisce in attesa di un particolare evento (vedrete poi con i vostri occhi); dopodiché, con un gesto semplice e liberatorio, quello di togliersi la maschera, tutti i cittadini riacquistano la loro identità e soprattutto la loro libertà. Una storia coinvolgente, ricca di spunti (lo stretto legame fra anarchia e rivoluzione, il male necessario, il prezzo della propria sicurezza) e colma di citazioni colte che solleticano in continuazione il cervello (Shakespeare, Dickens, Einstein) per un action-movie riflessivo dove l’azione è sempre misurata e funzionale alla narrazione, merito di una buona regia e di un eccellente montaggio. Un film che ha tutte le carte in regola per diventare un cult.
INTO THE WILD
There is a pleasure in the pathless woods, There is a rapture on the lonely shore… Penn ripercorre la storia e le vicende di Christopher McCandless, un giovane e brillante laureato in scienze sociali, che decise di fuggire dalle convenzioni di una vita familiare e sociale che non sentiva sua per trasformarsi in Alexander Supertramp, il “Super Vagabondo”, intraprendendo un affascinante, malinconico, ma anche esaltante viaggio per le strade americane. Su e giù per le steppe degli Stati Uniti, per i deserti dell’Arizona, con in testa un unico grande sogno: raggiungere l’incontaminata Alaska, con la sua natura priva dell’invadente impronta umana e i suoi enormi spazi verdi. There is society, where none intrudes, By the deep sea, and music in its roar: I love not man the less, but Nature more. Inizia così, citando Gordon Byron, l’ultima regia di Sean Penn: Into the wild, un piccolo gioiello apparso come d’incanto nel diffuso grigiore della Festa del Cinema capitolina. Penn costruisce il suo personalissimo viaggio on the road affidandosi a un’inesausta alternanza di piani temporali differenti. I mesi trascorsi in Alaska – vivendo in un furgone abbandonato e malconcio, in mezzo alle fatiche e agli stenti di una natura che il protagonista arriva a sentire “ancestrale, ostile all’essere umano” – sono infatti un buon pretesto per ripercorrere idealmente le tappe della propria vita, senza soluzione di continuità, in un affollamento di sensazioni, rancori, rifiuti e recriminazioni venate da un ultimo, sottile rimpianto. Chris va alla ricerca di un’utopica felicità attraverso il contatto con la natura estrema, la natura selvaggia del titolo, e “Alaska, Alaska, Alaska” è una sorta di formula magica ripetuta incessantemente lungo tutto il corso del film, quasi un esorcismo dalle convenzioni e dalle sovrastrutture sociali che improvvisamente gli vanno strette: eppure qualcosa manca, c’è la consapevolezza di una propria finitezza rispetto alla grandiosità mistica di una natura che, ultimamente, non è compagna. Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. E’ il lento riconoscimento di Chris dell’impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell’immensa solitudine dell’incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: “La felicità è reale solo quando condivisa” – arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone. Il tema della fuga, centrale nella pellicola di Penn, si fonde e si completa con quello della ricerca, che si risolve – senza sconti consolatori per il pubblico – in un finale duro e per nulla banale. Il regista costruisce due ore e mezzo di storia appassionante, con uno stile che trova sin dalle prime sequenze un giusto equilibrio fra classicismo e sperimentazione, e attraverso una sceneggiatura che incede lenta ma potente, riuscendo ad affascinare e coinvolgere nonostante l’assenza un particolare dinamismo sulla scena. Into the Wild è un film solido e maestoso, le cui piccole ma trascurabili pecche risultano soverchiate da un’altissima qualità tecnica e artistica.
ASSASSINI NATI
Film assolutamente da guardare Natural Born Killers. Un viaggio nella mente “tarantinata” di Oliver Stone. Un mix tra un viaggio allucinogeno e un sogno 🙂 Tratto dal soggetto di Quentin Tarantino, il quale ha poi polemizzato, per via dell’arbitraria sceneggiatura, con Stone. Due giovani, un ragazzo e una ragazza, seminano il panico e la morte. Sono serial killer senza scrupoli e senza una vera e propria ragione. Imprigionati dopo il 54° omicidio, diventano divi della televisione e riusciranno a fuggire. Divertente la parodia della situation commedy per mostrare l’infanzia della protagonista e l’incontro tra i due futuri assassini. Il regista dice di essersi ispirato ad Arancia meccanica per la scelta grottesca ma il debito maggiore lo ha con Cuore selvaggo di Lynch. Ciò detto, il film è comunque il migliore che Stone abbia fatto da anni perché smuove lo spettatore, alimenta la discussione, cerca strade nuove passando da altre già segnate. Sceglie l’iperrealismo rispetto a film dello stesso genere come Henry – Pioggia di sangue e Il cameraman e l’assassino. Fa una denuncia, forse un tantino retorica, nei confronti dei mass-media. Incarna la violenza spettacolo per far sì che il serpente si morda la coda. Mischia fumetti a formati di pellicola diversi in maniera suggestiva. Fa dei chiari riferimenti alla cronaca attuale senza fare del documentarismo. Per contro, necessita di una grande maturità da parte dello spettatore. Soprattutto perché nello spettacolo caleidoscopico, che scorre come sulle montagne russe, non c’è il tempo per i più giovani di prendere le distanze dai protagonisti. La musica è quanto mai varia, spaziando dalle atmosfere di Peter Gabriel al rock di Patti Smith, a Puccini (come già aveva fatto Kubrick), fino alla voce demoniaca di Diamanda Galas. Deprecabile il divieto ai minori di 14 anni, anziché di 18.
C’ERA UNA VOLTA IN MESSICO
Assolutamente da non perdere C’era Una Volta in Messico, capolavoro di Rodriguez ambientato in Messico appunto. El Mariachi (Antonio Banderas), indimenticato giustiziere dalla chitarra a tracolla rimasto per anni celato da un’indecifrabile alone mitico tra vita e morte, viene rintracciato e arruolato dall’ambizioso agente della CIA Sands (Johnny Depp) per eliminare le truppe golpiste del generale Marquez (Gerardo Vigil), al soldo di Armando Barillo (Willem Dafoe), potente e spietato narcotrafficante che gode del favore della popolazione messicana, abbandonata tra stenti e miserie, omaggiate dallo stesso Barillo di terre e viveri. L’ambizioso Sands, intento a guadagnare una bella somma dall’intrigo politico-terroristico orchestrato in complicità con l’agente speciale Ajedrez (Eva Mendes), per sfruttare l’aiuto di El Mariachi preme sul mai sopito desiderio di vendetta dell’eroe-pistolero nei confronti di Marquez, acerrimo nemico di lunga data e assassino dell’amata moglie Carolina (Salma Hayek) e della loro bambina. Robert Rodriguez propone per la terza volta sul grande schermo il suo figliol prodigo, El Mariachi, eroe d’altri tempi di un Messico onirico, quasi paradossale, tra pistoleri assassini, femmes fatales, duelli western all’ultimo sospiro e tanto, tanto sangue condito da un certo gusto per l’atroce e lo splatter. Premettendo di rigettare subito il parallelismo tra il maestro Tarantino e il buon Rodriguez, C’era una volta in Messico è un piacevole film d’intrattenimento, sicuramente meno surreale e sentimentale del precedente, sempre interpretato dall’affascinante Antonio Banderas, pellicola comunque accattivante e dalle atmosfere coinvolgenti e fracassone.  C'era una volta in MessicoTra omaggi a Sergio Leone e musiche spagnoleggianti, ricche di ritmo e pathos e spesso accompagnate dal canto degli attori, la pellicola scorre con sporadici picchi d’emotività e senza grossi rallentamenti nella narrazione, nonostante non presenti particolari trovate o sequenze memorabili rispetto al già citato prequel, l’ottimo “Desperado”. Buona caratterizzazione dei personaggi, su tutti il già citato e collaudato El Mariachi e l’agente Sands, interpretato da un Johnny Depp particolarmente ispirato e finalmente disposto, a suon di dollari, ad offrire il suo enorme talento alle grandi produzioni hollywoodiane, come in “Pirates of the Caribbean”. Trama spettacolarizzante e truculenta dai toni forzatamente leggendari.
FIGHT CLUB
Film indimenticabile, spiazzante, assolutamente imperdibile! Guardatelo, e mi darete ragione! Un uomo di trent’anni da tempo è insofferente sul lavoro e la notte non riesce più a dormire. In cerca di qualche luogo dove scaricare la propria ansia, l’uomo si mette a frequentare quei corsi dove gruppi di malati gravi di vario tipi si riuniscono e confessano agli altri le rispettive situazioni. Mentre si lascia andare alla commozione e al pianto di fronte a quello che vede, l’uomo fa la conoscenza prima di Marla Singer poi di Tyler Durden. Lei è una ragazza a sua volta alla deriva, incapace di scelte o decisioni; lui è un tipo deciso e vigoroso con un’idea precisa in testa. Tyler fa saltare per aria l’appartamento dell’uomo e i due vanno a vivere insieme in una casa fatiscente. L’uomo continua ad andare al lavoro, ma ben presto deve rinunciare. Deciso a coinvolgerlo nel suo progetto, Tyler lo fa entrare in un ‘fight club’, uno stanzone sotterraneo dove alcuni si riuniscono per picchiarsi e in questo modo sentirsi di nuovo vivi. Incapace di sganciarsi, l’uomo partecipa a questo gioco al massacro, che ha un ulteriore sviluppo: per Tyler infatti il passo successivo è quello di far cadere i palazzi, centri vitali dell’economia mondiale. Ad un certo punto l’uomo pensa di potersi opporre a questo disegno. Sembra riuscirci, quando con l’aiuto di Marla si oppone a Tyler. Fuori la città esplode.
IL MIGLIO VERDE
Bello da piangere il miglio verde, e memorabile…Louisiana, 1935. Paul Edgecomb, agente di custodia, sovrintende al braccio della morte nel penitenziario di Cold Mountain. Lui, l’agente Brutus, suo migliore amico, e altri colleghi tra cui Percy, sadico e molto raccomandato, hanno il compito di sorvegliare i detenuti condannati alla pena capitale e di accompagnarli il giorno dell’esecuzione lungo quell’ultimo corridoio chiamato appunto il ‘miglio verde’ per il colore del linoleum. Tra i condannati c’è John Coffey, un omone di colore alto più di due metri giudicato colpevole dell’omicidio di due bambine. Ma, in contrasto con l’aspetto imponente e minaccioso, John è invece mite e gentile con tutti, perfino ingenuo e in balia di una infantile paura del buio. E soprattutto dopo qualche tempo Paul verifica di persona che John ha un’altra qualità importante: riesce a far uscire, risucchiandolo, il dolore dalle persone. Mentre alcune esecuzioni vanno avanti e Percy ne approfitta per realizzare ignobili azioni violente, Paul comincia ad interrogarsi sulla reale colpevolezza di John. Si prende poi la responsabilità di farlo uscire per condurlo a casa di Melinda, moglie del direttore del carcere, gravemente malata. Melinda guarisce, Jonh torna in carcere, aggredisce Percy e gli trasmette energia negativa. Percy a sua volta uccide il detenuto William e rimane istupidito. Ma ormai gli indizi per Paul erano chiari: William era l’assasino delle bambine, John è innocente ma non vuole cambiamenti. Dopo aver guardato un film della coppia Astaire/Rogers, si avvia alla sedia elettrica e viene giustiziato. Sessant’anni dopo, Paul, ospite in una casa di riposo, sta raccontando questi fatti ad un’amica. Con la stessa commozione di allora.
ARANCIA MECCANICA
In cerca di emozioni forti, Alex quotidianamente compie azioni criminali. Viene arrestato e sottoposto ad un trattamento che lo condiziona alla non violenza. Uscito di galera però, tutte le persone che hanno subito da lui violenze, gli si ritorcono contro…Tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess, Stanley Kubrick ha senz’altro saputo creare un film dai pareri controversi e contrastanti. C’è chi lo considera uno dei film migliori mai stati creati, chi un’esplosione di violenza gratuita senza un fine, chi uno spettacolo dalle tematiche moderne e interessanti. Tuttavia, è parere comune della critica mondiale che il medesimo sia un must per gli appassionati di cinema e non, indipendentemente dal giudizio finale. Arancia Meccanica tratta le tematiche profonde delle natura umana, dell’uomo come animale sociale e dei riflessi culturali che influenzano la vita dello stesso. Alex è un ragazzo figlio di operai che si da a furti, stupri e omicidi per riempire le sue vuote giornate. Combina una banda di giovani come lui, chiamati drughi. Dopo una catena di violenze finisce in prigione per aver violentato la moglie di uno scrittore in sedia a rotelle. Pur di sfuggire al carcere accetta di proporsi come cavia per una terapia in fase di sperimentazione, il cosiddetto “trattamento ludovico” che consiste nel far assistere al paziente cotanta violenza da causare la nausea e il rifiuto della stessa. Una volta tornato alla vita normale scoprirà di non avere più la sua stanza, subaffittata dai genitori, e dovrà subire violenza dalle persone che vorranno vendicare i suoi soprusi, in primis mendicanti e lo scrittore rimasto vedovo; inoltre i suoi vecchi compagni di scorribande avranno accettato l’impiego della divisa blu, dirimendosi sulla retta via. Avvilito, tenterà il suicidio per poi ricevere una visita ufficiale da parte del primo ministro. Indispensabile risulta soffermarsi a riflettere sul legame simbiotico creato dal registra fra le colonne sonore e la personalità del protagonista. La musica diviene parte integrante non solo del racconto, ma la causa e la molla dei suoi atteggiamenti. La musica prevalente è quella di Beethoven e di Rossini, esempio lampante della bipolarità del carattere di Alex. Beethoven rappresenta il fulcro della sua personalità, la parte più intima dischiusa all’interno delle mura domestiche, dedita alla contemplazione. Per quanto concerne Rossini, egli rappresenta la parte più violenta e l’agire fuori da casa: sentendo la Gazza Ladra, Alex compie azioni di violenza e sesso. Non solo la musica è oggetto di interpretazioni: lo stesso titolo, “arancia ad orologeria” ci mostra come il regista abbia reso la trama sfilettata in tre parti che tendono a susseguirsi ciclicamente e a tornare su se stesse, come la violenza prima creata e poi subita. Lo stesso nome, Alex, è metaforico: discernendolo – A Lex – si può notare la presenza della A come privazione, assenza di leggi. Il film è una chiara polemica alla società borghese e ai soprusi che lo Stato presta verso il suo cittadino. Essa si estende a qualsivoglia violenza praticata: la medicina, la polizia, la politica. Infatti, una volta uscito dalla terapia Ludovico, Alex si trova debole e vittima della società che gli urta contro; la terapia ha avuto solo l’effetto di un’allergia. Egli possiede ancora in sé la violenza iniziale, è solamente inibito dalla nausea che gli arriva quando si sente in procinto di usare angherie. Ciò è una palese critica alla scienza medica, che cura le dipendenze attraverso metodi palliativi – curando solo i sintomi e non le cause – altamente discutibili. Secondo la visione antropologica di Kubrick l’uomo possiede un’innata crudeltà; ciò lo giustifica finché non si scontra con le regole imposte dalla società che egli non accetta. Il film ha creato tanto scalpore perché Alex rappresenta l’uomo nella sua essenza, e in una società come quella degli anni ‘70 ciò è apparso impensabile. Al di là delle tematiche che, pur essendo importanti, non stillano di certo novità nell’ambito cinematografico, la vera genialità risiede nel come il regista abbia voluto mostrarci la sua polemica contro la società: esattamente mostrandone il manifesto. E’ una ferocia esibita con l’intento di polemizzare la medesima. L’ambiguità del personaggio è stata perciò necessaria a tal fine. In definitiva, se la sceneggiatura improntata sulla violenza gratuita è arbitrariamente contestabile, analizzando analiticamente la pellicola e osservandola nel suo insieme non può che essere ritenuta un cult movie, frutto di una fervida mente quale Stanley Kubrick.

One comment

  1. Bello Assassini Nati😮 mmmmmmmh…



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