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Gli inguardabili

Lo Stato delle Cose

Riflessione intellettualmente decadente sul cinema, sulla finzione e sul ruolo dell’artista: scottato dalla grande esperienza hollywoodiana (Hammett, le cui riprese iniziarono prima e finirono dopo questo film), Wenders ripiega su sé stesso, si affida a un budget ridotto e a una piccolissima troupe (quella del Raoul Ruiz di The Territory), affidando parti ad amici, conoscenti, numi tutelari del cinema americano tanto amato (Fuller e Corman su tutti). Non c’è una traccia narrativa forte nelle peripezie di questo Fritz Munro, regista in crisi di idee e soldi che, per riacciuffare almeno i secondi,  tenta di risalire al produttore scappato in America e finisce invischiato persino in affari di mafia. C’è, invece, tutto il Wenders più concettuale, e personalmente più ostico e meno intenso, quello che manda in visibilio critici e fan elitari di tutto il mondo. Un bianconero esistenziale illumina questa sorta di metafora del percorso artistico, scissa fra barlumi di autorialità pura e sussulti di vitalità da artigianato di una volta. Wenders autore forse non si è mai preso così sul serio e, tra un filosofeggiare e l’altro, non è forse mai andato così lontano (o così vicino, a seconda dei gusti e della sensibilità) dallo “stato delle cose”.  La Ripley’s Home Video ha dedicato un’intera collana alla filmografia di Wenders: in questo dvd, che si segnala ancora una volta per la pregevolezza della confezione (uno schizzo contrastato sullo sfondo di un cielo arancione come cover, un pieghevole illustrato e ricco di informazioni aggiuntive all’interno), il film viene presentato nel formato corretto, con una qualità video e audio appropriata, anche se non immune dall’usura del tempo. La masterizzazione digitale, in ogni caso, si rivela di alto livello negli extra: il trailer, molto bello, è nitido e squillante, e così le scene tagliate (che vale la pena vedere soltanto per quella, malinconicissima, in cui un anziano Fuller è semicelato da nastri di pellicola messi ad asciugare verticalmente). Molto valido il commento audio di Wim Wenders (con l’opzione dei sottotitoli), atto a illustrare la genesi di un film nato dal nulla e quasi per caso e destinato alla fama di cult. Si insiste molto, ed è giusto così, sulla ridicolaggine, rispetto agli standard hollywoodiani che Wenders aveva avuto modo di conoscere, del piano di lavorazione e dei costi finali. Testimonianza di un certo modo di “sentire” il cinema, omaggiato apertamente con i cammei di due registi a questo proposito più che simbolici (oltreché molto amati da Wenders): Fuller e Corman, appunto (per tacere dei “prestiti” warholiani).

2001 Odissea nello Spazio

Alle origini dell’uomo, quando le scimmie erano ancora scimmie, un misterioso monolito compare sulla Terra. La sua presenza attiva l’intelligenza dei primati che comprendono l’uso delle ossa degli animali uccisi quali prolungamenti delle loro braccia. 2001. Sulla Luna, in prossimità del cratere Tyco, è stato trovato un monolito la cui esistenza viene tenuta sotto il massimo segreto. Il monolito improvvisamente lancia un segnale indirizzato verso il pianeta Giove. Diciotto mesi dopo l’astronave Discovery si dirige verso il pianeta. A bordo si trovano due astronauti, Frank e David, tre ricercatori ibernati e il computer della nuova generazione, HAL 9000, in grado di controllare il funzionameto di tutta l’astronave, nonché di dialogare con gli astronauti. L’infallibile computer segnala un guasto in uno degli elementi esterni dell’astronave ma il pezzo, sottoposto a numerosi test, risulta essere in ottime condizioni di funzionamento. I due astronauti debbono arrendersi al fatto che HAL ha sbagliato e decidono di disattivarlo. Hal fa allora in modo che il pezzo venga rimesso al suo posto e trancia il tubo dell’ossigeno di Frank. Quando David, uscito per recuperare il cadavere del compagno, tenta di rientrare il computer glielo impedisce. L’astronauta distrugge la memoria del computer, apprende il vero scopo della missione (raggiungere Giove per scoprire il mistero del monolito) e arriva sul pianeta su cui morirà per rinascere a nuova vita. Capolavoro in assoluto, non della storia del cinema di fantascienza ma di quella del cinema tout court, 2001rappresenta una delle riflessioni più articolate giunte sul grande schermo sul rapporto civiltà/tecnologia nonché sul destino dell’umanità. Kubrick, che ha sempre amato poco l’ipertecnicismo (pur avvalendosene sempre e ai massimi livelli sul piano delle sue produzioni), riesce a sviluppare il suo discorso a partire da un romanzo di Arthur C. Clarke. Ciò che nel testo letterario è precisa descrizione, nel film diventa suggestione. A partire dalla scelta di una colonna sonora che ha fatto epoca, con le note del Danubio blu ad accompagnare il volo delle astronavi. L’abbiamo ritrovata in mille versioni pubblicitarie o di accompagnamento a servizi televisivi, ma qui aveva una precisa funzione: commentare le immagini di un futuro ipertecnologico mediante la musica composta nel periodo in cui la temperie culturale era permeata della convinzione della bontà assoluta della Scienza e delle sorti progressive dell’umanità guidata dalla sua Luce. Il protagonista del film è un non-attore, è HAL 9000 o, meglio, il suo occhio e la sua voce. Gli umani sono a sua disposizione mentre lui sembra al loro servizio. Ma non si tratta della solita macchina “cattiva”. L’uomo di Kubrick (come in Il Dottor Stranamore e, successivamente, in Arancia meccanica) si prepara da solo la propria distruzione. HAL non impazzisce, HAL, molto più drammaticamente, va in crisi perché il suo sistema binario SÌ-NO, viene stravolto dalla presenza di un segreto da conservare, di una menzogna da dire. Lo scopo della missione non va rivelato e il computer non può resistere a questa intrusione dell’umana doppiezza nei suoi delicati apparati. Quando David lo disattiva progressivamente, HAL (che ha ucciso quattro uomini) ritorna allo stadio infantile, preludio al percorso che l’astronauta dovrà fare procedendo fino alla propria morte per poi risorgere come feto delle stelle, in gestazione per una nuova umanità. Riascoltare il respiro profondo dell’astronave a contrasto con il silenzio del nero dello spazio, in cui la morte muta, trova una sua ancor più tragica contestualizzazione; riaffrontare quell’occhio che scava (come quello della macchina da presa) all’interno di milioni di anni di storia, consente di comprendere come questo film come molti altri (ma più di molti altri) fosse un’opera completa in se stessa e non necessitasse di un proseguimento. Che invece c’è stato. Si intitola 2010. L’anno del contatto ed è da evitare con la massima cura.

Deliverance – Un Tranquillo Week End di Paura

Un bambino di campagna dall’età indefinibile e un sofisticato uomo di città si sfidano in un poetico duello musicale tra banjo e chitarra acustica. La violenza tra i monti Appalachi non si à ancora scatenata: è la quiete prima della tempesta. E’ questa scena, sospesa tra sogno e realtà sulle note del brano Dueling Banjos, una delle più emozionanti di Un tranquillo week-end di paura, viaggio nell’incubo di quattro amici, Lewis Medlock (Burt Reynolds), Ed Gentry (Jon Voight), Bobby Trippe (Ned Beatty) e Drew Ballinger (Ronny Cox), alla ricerca di emozioni forti sulle rapide del fiume Chattoga. Il fiume che attraversa la Cahula Valley, al confine tra South Carolina e Georgia, sta per essere barbaramente deviato dalla imminente costruzione di una diga: è questo che continua a ripetere come un disco rotto Medlock, più che mai deciso a guidare gli amici di Atlanta in un ultimo tour avventuroso in quei luoghi ancora incontaminati. Quando i quattro baldanzosamente arrivano con le lore belle automobili di città, e le loro attrezzature da campeggiatori della domenica, pregustano un week-end virilmente solitario in mezzo ai boschi. Ma ben presto capiranno di non essere soli. Quando Ed e Bobby, capo-fila del gruppo, raggiungono in canoa l’altra riva del fiume, trovano ad accoglierli due brutali montanari che, dopo aver preso entrambi in ostaggio, usano violenza all’attonito Bobby. La stessa sorte sembra dover toccare anche a Ed, ma l’intervento provvidenziale di Lewis mette fine all’esistenza di uno dei torturatori e costringe l’altro alla fuga. Nascostosi tra le vette aguzze in cima al fiume, lo “Sdentato” (così i quattro si riferiscono all’uomo) tenta di portare a compimento la sua missione: spara al più fragile del gruppo e ferisce gravemente Medlock. A questo punto sarà Ed a prendere le redini del gruppo e a lottare contro tutti i suoi demoni interiori per stanare il nemico.

Una Farfalla con le Ali Insanguinate

Un giornalista televisivo, Alessandro Marchi, accusato d’avere ucciso a coltellate, in un parco di Bergamo, la diciassettenne francese Franäoise Pigaut, viene condannato all’ergastolo, nonostante l’abile difesa di un avvocato suo amico. Mentre costui, in realtà, è contento di aver perduto la causa, poiché è l’amante di Maria, la moglie di Alessandro, la figlia di questi, Sarah, si sente attratta verso un giovane contestatore, Giorgio, che in tribunale ha, con la sua testimonianza, cercato di scagionare l’imputato. Mentre i due giovani finiscono per amarsi – ma senza gioia, poiché Giorgio appare stranamente turbato – due delitti analoghi al primo inducono la Corte d’Appello a ritenere che Marchi sia vittima di un errore giudiziario, e quindi ad assolverlo grazie anche alla testimonianza dell’amante dello stesso Marchi, che al tempo del primo processo era inspiegabilmente scomparsa. Tornato in libertà, il giornalista viene indotto da una telefonata a recarsi a un appuntamento con Giorgio, il quale gli rivela d’aver commesso i due delitti che avevano indotto la Corte ad assolvere Alessandro, soltanto per poter vendicare di persona l’uccisione di Franäoise. La giovane, infatti, era la sua fidanzata ed ad ucciderla era stato proprio Alessandro. Nella colluttazione che segue ambedue rimangono mortalmente feriti.

Memento

Killer inconsapevole offresi. Questa potrebbe essere la didascalia ideale per il film. Il protagonista, Leonard, a seguito di un’aggressione subita da parte di due tossicodipendenti perde la moglie e la cosiddetta memoria breve. In pratica, non è più in grado di assimilare un ricordo per più di due, tre minuti. Allora è costretto ad annotarsi tutto ciò che gli accade (il suo corpo è completamente tatuato di appunti), deve fare polaroid delle persone con cui parla per ricordarne il nome e le qualità. Alla disperata, ossessiva, ricerca degli assassini della moglie finirà per essere utilizzato da chiunque abbia bisogno di commettere un omicidio. Basterà fargli credere che la vittima predestinata è effettivamente colui che ha ucciso la sua amata consorte. Tanto, dopo aver commesso l’ennesimo assassinio, dopo pochi minuti si dimenticherà di averlo compiuto. Il soggetto, tratto da un racconto del fratello del regista è certamente interessante. Protagonista assoluto è il TEMPO. Il tempo la cui assolutezza viene scardinata dalla narrazione a ritroso, dal flashback utilizzato come elemento narrativo primario, dalle costanti reiterazioni dei gesti e delle battute degli attori. Christopher Nolan (il regista) tutto sommato naviga con buona tranquillità nel mare periglioso del montaggio “alla Tarantino”, anche se, lo confessiamo, durante la visione si fatica un pò a tenere a mente tutti gli eventi e a coordinarli tra di loro (forse avremmo dovuto tatuarceli sul corpo come lo smemorato Leonard). Buona la prova dell’attore protagonista Guy Pearce, già apprezzato in “L.A. Confidential” e in “Priscilla, la Regina del Deserto” che in pratica appare nella quasi totalità delle sequenze del film. Ci è piaciuto anche rivedere Carrie-Anne Moss i cui begli occhi avevamo già apprezzato in Matrix. Un’annotazione finale: sarà perché il buon Leonard ha perso la memoria che porta lo stesso vestito e la stessa camicia per tutta la durata del film? Per chi ama i film “faticosi”.

L’uomo che fissava le capre

L’uomo che fissava le capre (titolo originale The Men Who Stare at Goats) è un film del regista Grant Heslov tratto dall’omonimo libro che il giornalista inglese Jon Ronson ha scritto sul First Earth Battalion dell’esercito americano. Nel film Bob Wilton (Ewan McGregor) è un giornalista che dopo aver divorziato da sua moglie si reca in Medio Oriente in cerca di qualche scoop. Qui incontra Lyn Cassidy (George Clooney), membro di un reparto segreto dell’esercito statunitense che utilizza facoltà paranormali in campo bellico. Grazie a questo incontro Wilton si rende conto che l’esercito e il modo di combattere sono totalmente cambiati, questo reparto utilizza infatti degli strani poteri psichici che consentono di fare delle cose assolutamente surreali come leggere nel pensiero il nemico, passare attraverso delle mura di cemento o uccidere una capra semplicemente guardandola. Ad un certo punto però il fondatore del reparto Bill Django (Jeff Bridges) sparisce misteriosamente, Cassidy organizza una missione per ritrovarlo e Bob deciderà di unirsi a lui.

Disastro a Hollywood

Tratto dal romanzo “What Just Happened: Amare dal fronte di Hollywood” scritto da Art Limson, “Disastro a Hollywood” è una commedia irriverente sullo sfondo dello star system americano. Ben è un produttore cinematografico che, a causa dell’imminente presentazione di un suo film alla Mostra del cinema di Cannes, vive due settimane infernali. Deve vedersela infatti con un regista troppo artista per essere compreso, le idee perbeniste della executive producer, una moglie traditrice e un attore che non vuole tagliarsi la barba per interpretare il suo prossimo film… Il regista Barry Levinson ci propone il meccanismo narrativo del cinema dentro il cinema, inflazionato, a dire il vero, sin dai tempi di “Hollywood Party”. Pur avendo firmato sceneggiature di successo come “Good Morning Vietnam” e “La tempesta perfetta”, Levinson invero non ci presenta una pellicola particolarmente originale. Le varie trovate comiche, infatti, come la scena del funerale, o i momenti (più spassosi) in cui gli attori interpretano se stessi, in realtà sanno molto di già visto. Inoltre, la rarefatta malinconia che si respira nel sottotesto filmico, non basta a donare al film quella profondità cui probabilmente voleva ambire.

Juno

Una volta parlare di teen-ager e gravidanze indesiderate era un taboo. Poi è diventato un argomento scottante che a sua volta si è trasformato nel soggetto per polpettoni tristissimi sulla solitudine e sulla disperazione contemporanea. Juno non si inserisce in nessuno di questi filoni cine-letterari ma se ne inventa uno proprio, confermando il principio per cui si possono realizzare prodotti leggeri anche su tematiche non di poco conto dal punto di vista umano e sociale. Jason Reitman, che aveva già firmato “Thank you for smoking, dimostra fiuto ed eclettismo notevoli nella scelta delle proprie sceneggiature e conferma come il meglio del cinema statunitense non sia nei grossi nomi ma nell’intelligenza dello script e in uno stile narrativo decisamente anticonvenzionale. Il punto di vista è tutto dalla parte della giovane protagonista (in realtà la ventenne Ellen Page), che incarna una teen ager dei nostri tempi, che nonostante le piccole debolezze dovute ad un’età obiettivamente difficile dimostra una sicurezza ed un’energia interiore sicuramente al di fuori dell’ordinario. Queste caratteristiche, unite ad un estro confinante con la stravaganza ed una parlantina tagliente contribuiscono alla definizione di un personaggio profondamente umano (nonostante gli evidenti eccessi) al punto che si potrebbe supporre di incontrare qualcuno di molto simile a Juno anche nelle nostre città.

Il Pianeta delle Scimmie

Nel 2029, in una stazione spaziale, il capitano Leo Davinson addestra un cucciolo di scimpanzé al pilotaggio. L’animale viene risucchiato in un buco spazio-temporale e Davinson cerca di salvarlo con un’altra navetta, ma fallisce e precipita su un pianeta governato da primati che parlano la sua lingua. Ari, una scimmia filantropa, lo aiuta a fuggire insieme ad altri umani. Il terribile generale Thade raduna un esercito per eliminarli. I fuggiaschi penetrano nella zona sacra e proibita dove, secondo la mitologia delle scimmie, sarebbe cominciata l’evoluzione, e trovano il rottame della stazione spaziale da cui Davinson era partito. Molti secoli prima si era schiantata sul pianeta nel tentativo di soccorrere il capitano, le scimmie avevano preso il sopravvento e si erano evolute fino allo stato attuale. Il salto di Davinson lo ha portato dunque avanti nel tempo. Gli uomini trovano in lui un capo e una guida contro Thade e il suo esercito di scimmie. L’aspra battaglia viene interrotta da una navetta che compie un atterraggio perfetto: alla guida c’è lo scimpanzé che Davinson aveva addestrato. Le scimmie lo credono il mitico antenato Seamus e si inchinano. Thade viene catturato. Uomini e scimmie promettono di vivere nel rispetto reciproco e Davinson può ripartire. Arriva finalmente sulla Terra nei pressi del Lincoln Memorial, ma la statua di Lincoln ha il muso di Thaide e un gruppo di poliziotti scimmia lo ammanetta. Pietoso o vergognoso o insulso o inutile. Decidete voi ma questo film è veramente tutto ciò che non dovrebbe essere un remake, la sola cosa che suscita stupore è il nome del regista. Rispetto all’originale non mantiene nemmeno un decimo del suo fascino e tutto viene buttato dentro al minestrone senza uno scopo ben preciso e lasciando lo spettatore con in mano un pugno di mosche. Il grandissimo film di fantascienza di fine anni ’60 qui è ridotto ad una noiosa caccia alla lepre con relativa guerra fra scimpanzè ed umani. L’unica cosa che si salva è il trucco… bhè, ma era plausibile con 30 anni di esperienza in più!

Grindhouse – Planet Terror

E’ inutile soffermarsi nuovamente a raccontare tutte le motivazioni che hanno portato alla scissione di “Grindhouse”, confezionato dall’accoppiata Quentin Tarantino-Robert Rodriguez con l’intenzione di omaggiare l’omonima categoria di film che negli Anni Settanta venivano proiettati uno dopo l’altro in sale cinematografiche americane ormai decrepite, in due distinti lungometraggi: “Grindhouse-A prova di morte” e, appunto, “Grindhouse-Planet terror”, che del paio è quello che porta la firma dell’autore di “Dal tramonto all’alba” (1996) e “Sin city” (2005). Quindi, cominciamo di nuovo con audio gracchiante, pellicola graffiata e salti di fotogrammi, mentre assistiamo subito ad un esilarante tripudio di violente immagini-parodia della più bassa produzione exploitation a stelle e strisce, tirando in ballo, accanto a Danny Trejo (“Con air”) e Cheech Marin (“C’era una volta in Messico”), abituali frequentatori dei set rodrigueziani, il redivivo Jeff Fahey (“Il tagliaerbe”). In realtà, però, si tratta soltanto della presentazione di “Machete” (pellicola che Rodriguez sta veramente realizzando direttamente per il mercato dei dvd), la quale, nell’edizione originale che vedeva accorpati “Planet terror” e “A prova di morte”, andava ad affiancare altri tre fake trailer diretti da Edgar Wright (“Hot fuzz”), Eli Roth (“Hostel”) e Rob Zombie (“La casa del diavolo”). E, quando il film vero e proprio prende l’avvio, nei panni del proprietario di un locale di barbecue texano troviamo proprio un sorprendente Fahey, mentre un dialogo riguardante l’attore Chris Rock ci rende subito consapevoli del fatto che, nonostante le immagini sembrino uscite direttamente dal decennio della disco music e degli “zatteroni” ai piedi, complice anche un particolare e ridicolo uso dello zoom tipico dell’epoca, l’azione si svolge nel XXI secolo. Un XXI secolo popolato di aggressivi infetti zombeschi generati da un misterioso gas militare contro cui combattono, tra gli altri, la coppia di medici formata da William e Dakota Block, rispettivamente con le fattezze di Josh Brolin (“I Goonies”) e Marley Shelton (“Pleasantville”), e Cherry, ballerina che lavora in un locale notturno, interpretata da Rose McGowan (“Scream”) e supportata da Wray, nei cui panni troviamo Freddy Rodriguez (“Havoc-Fuori controllo”). Una serie di nomi che, insieme a Bruce Willis (“Pulp fiction”), lo stesso Quentin Tarantino e Michael Parks (“La Bibbia”), il quale torna a ricoprire il ruolo dello sceriffo Earl McGraw dei citati “Dal tramonto all’alba” e “Grindhouse-A prova di morte”, vanno ad impolpare il cast di quello che, agli occhi dello spettatore comune, potrebbe apparire semplicemente nelle vesti di un delirio ultrasplatter scandito da un ritmo notevole ed abbondantemente infarcito d’ironia trash ed ottimi effetti speciali. Non a quelli dell’appassionato di cinema a 360 gradi, però, dotato di un’impostazione filmografico-culturale che non solo gli fa riconoscere la nostalgica presenza di Tom Savini (effettista di “Zombi” e “Creepshow”) negli eccezionali panni di attore e del Carlos Gallardo che il regista lanciò con “El mariachi” (1992), ma gli permette perfino d’individuare nelle ridicole espressioni sfoggiate dal veterano Michael Biehn (lo ricordate protagonista di “Terminator” e “Aliens-Scontro finale”?) l’evidente e divertente intento di sbeffeggiare i duri poliziotti che si prendono grottescamente sul serio all’interno di una certa tipologia di spettacolo su celluloide. Una tipologia di spettacolo che qui, ancor prima che nella tetralogia romeriana dei morti viventi, sembra trovare i suoi referenti principali negli zombie-movie tricolori partoriti nel periodo a cavallo tra gli Anni Settanta e Ottanta (soprattutto “Incubo sulla città contaminata” di Umberto Lenzi) e che, tra trovate degne dei fumetti (basta citare la già mitica figura di Cherry fornita di gamba-arma, presente anche sulla locandina), logica quasi inesistente ed assenza di personaggi del tutto positivi, finisce per confermare le lodevoli capacità dell’artefice della serie “Spy kids” di trattare il genere, tanto da confezionare con “Planet terror” quello che con ogni probabilità è a tutt’oggi il suo capolavoro e da dimostrare perfino di essere stato in grado di superare il suo maestro Quentin.

Paranormal Activity

Paranormal Activity è uno degli ultimi fenomeni horror di massa made in USA, e sulla scia del sopravvalutato The Blair Witch Project crea un tam tam mediatico che moltiplica miracolosamente il miserrimo budget investito dal giovane filmaker israeliano Oren Peli, che mr. Hollywood Steven Spielberg fiutato l’affare mette subito sotto contratto. La trama è tanto semplice quanto classica nel suo pescare dal repertorio dell’horror a sfondo demoniaco vedi L’esorcista, miscelandolo con il filone delle case infestate vedi Amityville Horror e affini. Una coppia di ragazzi trasferitasi in una nuova casa decide di registrare con una videocamera le incursioni notturne di un non bene identificata entità demoniaca. Il demone molestatore dopo una fase di riscaldamento con qualche fastidioso effetto poltergeist con tanto di tonfi, suoni gutturali e passeggiate notturne, insomma tutto il repertorio da spiritello burlone, prendera presto confidenza e comincerà ad accampare diritti sulla formosa coinquilina. Lo stile utilizzato dal regista è chiaramente il modaiolo mockumentary, sulla scia del cugino The Blair Witch Project  e del recente Il quarto tipo, ma attenzione Peli  non millanta storie realmente accadute, filmati reali e finte testimonianze, quindi da questo punto di vita andrebbe premiato a prescindere. Paranormal Activity alterna il quotidiano diurno dei due protagonisti seguito passo passo da una onnipresente videocamera, alle riprese notturne delle incursioni della molesta manifestazione, che bisogna ammettere, nonostante nessun montaggio, colonna sonora ed effetti speciali restano le parti più incisive e cuore di tutta l’operazione. Ed ora la parte più importante, questo film che nasce come video casalingo come tale andrebbe fruito, la visione in sala ne smorza molta della capacità ansiogena, il grande schermo paradossalmente ha l’effetto di dilatare gli accadimenti, quindi il consiglio è di attenderne la distribuzione in DVD, perchè l’effetto su cui gioca Peli su grande schermo scema pesantemente. Inoltre dimentichiamoci il battage pubblicitario, le frasi ad effetto, Paranormal Activity è un film che tecnicamente non regala nulla, tutto è spartano e quasi scolastico, diciamola tutta il film di Peli sarebbe stato un capolavoro assoluto solo se presentato come saggio finale in una scuola di cinema, ma il gonfiarne le aspettative, e la capillare distribuzione che cozza con l’idea di outsider, non fa che sminuirne gli indubbi pregi. Concludiamo con le note stonate, il doppiaggio, chi ha visto il film in lingua originale si renderà subito conto del piattume dell’adattamento italiano che nelle  scene clou provoca anche qualche involontaria risata. Il finale, sembra che sia stato lo stesso Spielberg ha consigliare a Peli di cambiarlo, così quello originale davvero intrigante e ben fatto, lascia il posto ad un colpo di scena da teen-horror di quart’ordine con tanto di ammiccamento parademoniaco, più para che demoniaco, alla videocamera, pare ci sia anche un terzo finale alternativo che sarà disponibile nella versione in DVD. Insomma come avrete capito il miglior modo di godere appieno di questo film è in versione originale con il suono in presa diretta, in una visione casalinga che sicuramente amplificherà di molto l’effetto ansiogeno, e naturalmente con il finale che Peli aveva pensato in origine, prima della fase follia/euforia commerciale. Se comunque detto ciò volete ugualmente fruirne in sala sappiate che il rischio di una grossa delusione è decisamente elevato.

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire

Le pulsioni sessuali di un’adolescente innamorata, la scoperta di sé attraverso il proprio corpo, prima oggetto di perversi giochi altrui e poi strumento di vendetta, il brusco passaggio dall’adolescenza all’età adultra, tra disilussione e solitudine: ecco Melissa P., film già in partenza disgraziato, vittima del successo senza senso del suo originale cartaceo, il porno-diario autobiografico di un’adolescente catanese dotata sicuramente di una fervida immaginazione sporcacciona. Sapientemente depurato dei suoi contenuti più scabrosi, ma senza rinunciare a quel travolgente piacere voyeuristico che aveva decretato l’incredibile successo di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, il film compatta i pensieri sfilacciati del libro per raccontare l’anno più caldo della vita di Melissa, quindicenne dalle labbra carnose svegliata in ginocchio dall’incanto dell’innocenza. E’ una fiaba sbagliata la sua: sogna di essere Cenerentola, ma si scopre Cappuccetto rosso, persa in un bosco di depravazione dove lasciarsi sbranare con gli occhi bendati. Il regista Luca Guadagnino, qui al suo secondo lungometraggio di finzione, si diverte, insieme a Barbara Alberti e Cristiana Farina, a riscriverne la storia, facendo attenzione a non calcare la mano e a non rendere mai troppo esplicite le scene più spinte, per non rischiare il capitombolo allo sgambetto del primo nemico, la censura. L’universo familiare di Melissa è tutto femminile: da un lato una madre troppo sbadata, che vede in lei ancora una bambina senza malizia, e dall’altro un personaggio assente nel racconto originale, ma che qui diventa fondamentale per lo sviluppo drammaturgico, quello della nonna, interpretata da una splendida Geraldine Chaplin, figlia del grande Charlie, una bizzarra donna innamorata della musica che riesce, più di chiunque altro, a leggere nello sguardo smarrito della nipote e a decifrare i graffi sul suo volto. Ognuna di loro vive una profonda solitudine e a tenerle distanti sembra essere la mancanza di una figura maschile, di quel padre che, lontano causa lavoro, comunica con Melissa solo attraverso il cellulare e le email e non le offre protezione dai pericoli del suo mondo di adolescente in ebollizione. Fuori infatti vanno alzandosi gli ululati dei lupi cattivi, che la attirano inevitabilmente verso di loro e, uno dopo l’altro, le strappano via qualcosa, la cambiano e la conducono faccia a faccia con la vita e con la crudeltà dell’essere umano. La conseguenza è il naturale rancore verso il maschio e il desiderio di vendicarsi di chi l’ha scaraventata nell’età adulta. L’amore diventa per la giovane protagonista una trappola dell’uomo approfittatore dentro la quale cadere svestita. La scoperta che la carne è piacere e orrore riempie il suo diario, mentre gli eventi la risucchiano in un vortice autodistruttivo che la portano ad essere prima oggetto sessuale, schiava senz’anima dei comandi di virili buffoni, e poi vendicatrice scollacciata di se stessa, pronta a farla pagare cara (ma poi quanto?) a chi ha osato farla soffrire. Nel racconto di (de)formazione di Melissa l’adolescenza è dominata dal sesso, da quello cercato da soli, con le dita che esplorano la pelle nell’intimità di una stanza muta, a quello con uno, due, cinque o più belve affamate, fino a quello da macelleria nelle chat notturne, infestate da mostri pronti a dispensare lividi. Guadagnino, nelle scene scabrose, parte dai corpi per poi puntare la camera sugli occhi e preferisce soggettive stralunate della protagonista a inquadrature più sfacciate, in evidente confusione tra l’esigenza (e l’urgenza) di mostrare e l’auto-divieto di non spingersi mai oltre un limite ben preciso per non turbare lo spettatore, che preferisce però solleticare furbescamente stimolando svogliati pruriti pedofili che giustificherebbero comunque una censura ai maggiori di 18. Può un brutto libro diventare un buon film? Sicuramente non è questo il caso. Si sfiora il ridicolo in Melissa P., eventi e dialoghi risultano spesso irreali ed è difficile appassionarsi ad una storia che appare immediatamente finta. L’amore passivo di Melissa per quel Daniele che le ruba la verginità e trasforma la sua innocenza in indecenza sembra solo un pretesto per mettere in scena i turbamenti sessuali di ragazzini senza cervello, ma con grandi idee sotto la cintola.

Waterworld

Sull’immensa distesa d’acqua cui è ridotta la terra, veleggia col suo ingegnoso e possente trimarano Mariner, un avventuriero metà uomo metà pesce che vive di baratti. Non solo deve guardarsi dai colleghi furfanti ma anche dagli abitanti di un atollo artificiale i quali, scoperto che è un mutante, decidono di catturarlo. Sorte vuole che giungano gli Smokers, pirati feroci comandati dal bieco Diacono, che si spostano a bordo di natanti a motore ed hanno la base sulla famigerata petroliera Exxon Valdez. Costoro cercano di catturare Enola, una bimba con tatuata sulla schiena una misteriosa mappa che condurrebbe alla favolosa Dryland, la sospirata terraferma. Liberato da Helen, una giovane che fa da madre alla bimba, Mariner deve superare la sua misoginia che investe sia la bimba che la donna. Per sfamarle Mariner caccia un enorme squalo offrendosi quale esca, e familiarizza con la loquace bimba. Evitata fortunosamente un’altra trappola del Diacono, Mariner mostra con una campana subacquea una città sommersa all’incredula Helen. Ma intanto gli Smokers distruggono il trimarano e catturano Enola, portandola sulla petroliera. Fortuna che Gregor, un amico di Helen sfuggito all’attacco dell’atollo in mongolfiera, li soccorre. Poi Mariner si introduce da solo nella petroliera per liberare Enola ed ingaggia una furiosa lotta contro tutti, fino a far saltare la nave. Eliminato così il Diacono e utilizzando la mongolfiera, Mariner unitamente ad Helen, Enola e Gregor giunge finalmente a Dryland, dove trova morti in una capanna i genitori di Enola. La terra è lussureggiante e ricca di acque, ma Mariner sente che il suo destino è sul mare, dove si avvia solitario con una nuova imbarcazione.

E venne il giorno

Una volta M. Night Shyamalan era proprio interessante e non solo per l’esordio col botto di Il Sesto Senso ma anche per il complesso ed originalissimo percorso compiuto all’interno di una dimensione fumettistica in un mondo reale di Unbreakable. Un regista molto tecnico dotato di una visione di cinema unica e personale, debitrice a Spielberg ma comunque in grado di realizzare sequenze di una scorrevolezza e contemporaneamente di un complessità e ricchezza di elementi rare. Sembrava destinato a grandi cose. E invece sono arrivati Signs, The Village e Lady In The Water, una serie di film uno peggio dell’altro, colmi di figure banali, risvolti di trama scontati e soprattutto messaggi melensi sbattuti in faccia allo spettatore senza nemmeno curarsi di farli passare con delicatezza o di farli emergere lentamente. Una parabola discendente che non si arresta nemmeno con E Venne Il Giorno. Il suo ultimo film accumula difetti su difetti senza differenziarsi dagli exploit precedenti, solo procedendo ancora più verso il basso. Più suspense da quattro soldi, più dialoghi insulsi, meno interesse nei personaggi, molto meno rispetto per lo spettatore e più interesse a dire una cosa sola e fortissimo senza però curarsi di dargli una forma, un contorno e delle motivazioni accettabili. Shyamalan sembra diventato incapace di mettere a frutto un’abilità indubbia nell’orchestrare e girare le scene, si ostina a scrivere in autonomia i suoi film con il risultato di polpettoni buonisti funestati da personaggi cui è impossibile credere anche solo per un attimo, sempre e solo funzionali al più immediato dei risultati e alla più scontata delle morali (dobbiamo rispettare la natura altrimenti si ribellerà contro di noi). “Sono una persona che ha difficoltà ad esprimere i propri sentimenti” dice Zooey Deschanel pochissimi minuti dopo la sua prima entrata in scena, spiattellando in faccia al pubblico una delle cose più raffinate di un film, la psicologia dei singoli personaggi. E il tono del resto del film segue questo stile: una comunicazione il più semplice e diretta possibile, urlata con un megafono per assicurarsi che tutti capiscano esattamente quello che in testa il regista. E Venne Il Giorno non ha dunque (o non vuole avere) altre interpretazioni che non siano la ferma volontà di Shyamalan, per questo non rispetta lo spettatore che, più intelligente (nella media) del suo film, vorrebbe qualcosa di meno scontato, ugualmente intrattenente e più intrigante.

3ciento

Grecia, 480 A.C. Il re spartano Leonida rifiuta di annettere Sparta al già immenso impero persiano. Consultato l’oracolo e contro il parere degli efori, partirà con trecento opliti dal muscolo epico alla volta dello stretto passo delle Termopili. In una lotta impari affronterà lo smisurato esercito di Serse. L’evento bellico è noto, così lo tramandano e lo riferiscono il classico Erodoto, il grafico Frank Miller e il regista pop(paro) Zac Snyder. Il soggetto resta invariato anche nella versione demenziale dei registi Jason Friedberg e Aaron Seltzer, che questa volta non si limitano al compito esclusivo di (ri)produrre l’antologia delle scene più rappresentative della passata stagione. Impacchettato in soli ottantaquattro minuti, 3ciento – Chi l’ha duro… La vince! è la parodia agghiacciante del (già) cult movie 300, di cui è sberleffo patetico e mai crudele. Perché la parodia dovrebbe essere in grado di gettare luce sul testo originale preso a bersaglio e non esaurirsi in una serie più o meno riuscita di gag desunte dal modello in questione. Meet the Spartans (questo è il titolo originale), limitandosi a “scolpire” i corpi e a moltiplicarli col blue screen, ovvero con lo sfondo virtuale, non spiega niente dei modelli che parodizza e si presenta come luogo della conservazione di fronte a un modello decisamente più sovversivo. L’ideologia “oltraggiosa” dell’originale, Leonida come ultimo ed eterna sentinella yankee della “frontiera”, e la bellezza figurativa vengono ribaltate in maniera elementare e condite (abbondantemente) con l’elemento scatologico. 3ciento è un film in cui i soldati spartani sono “checche” sfacciate e represse e la loro regina una “sgualdrina” arrapata e disponibile; siamo insomma al livello primitivo dei ribaltamenti. Le situazioni sono prevedibili e la denuncia del trash televisivo è fuori tempo massimo. Se è vero che la parodia cinematografica è parte attiva nei processi di definizione del gusto di un’epoca storica, allora questi sono davvero tempi “duri”, in cui assistiamo basiti a gallerie di pallidi epigoni (Rocky, James Bond, Shrek), a una progressione drammatica debole e a monologhi comici nati già vecchi. L’orizzonte della risata, per il momento, non muta.

500 giorni insieme

500 giorni insieme ha molte cose negative. A perdonarle non bastano le buone intenzioni di regista e co-autore, che hanno basato il film sulle proprie esperienze biografiche. Compreso tra uno dei trailer più ammiccanti ed ingannatori dell’ultimo anno, il film nasce chiaramente per abbindolare una precisa fetta di pubblico, sdoganando un’estetica ed una musica solitamente considerati “indipendenti”. Ma solo apparentemente 500 giorni insieme “svende” gli Smiths al grande pubblico: chi ha voluto strizzare l’occhio al mondo della musica e della cultura indie si vede bene che non ne è consapevole, anzi, si vede bene che non è dell’ambiente, e i riferimenti non vanno oltre ad una nuovissima maglietta dei Joy Division. E se falliscono le intenzioni di “marketing”, uno si aspetta che il film sia per lo meno godibile. Nonostante la presenza di due bravi attori, Zoey Deschanel e Joseph Gordon-Lewitt, scelti, si teme, più per la loro costante partecipazione in film in concorso a Sundance, piuttosto che per la loro bravura-è tutto un disastro. La trama si sviluppa con uno stratagemma temporale che vorrebbe confondere l’intreccio e lo spettatore, e che invece finisce col sottolineare l’inesistenza della trama stessa. La sceneggiatura, eccetto pochissime battute (stanno sulle dita di una mano) improvvise e divertenti, è proprio imbarazzante: nel senso che lo spettatore si imbarazza e si vergogna per i personaggi, ma soprattutto per la sua posizione di spettatore di tale film. La cosiddetta colonna sonora indipendente non regala nulla di entusiasmante, se non i già citati Smiths, infilati ovunque a sproposito, ed un’azzeccata combinazione con Carla Bruni. Bisognerebbe inoltre avvisare gli autori di commedie romantiche che non basta nominare i Belle and Sebastian o il nome di qualsiasi altro gruppo scozzese per rendere originale un film. Un’altra nota negativa: la scenografia. Più prossima agli interni di una sitcom da quattro soldi che ad una commedia romantica, per quando banale, insiste nel rendere l’intera vicenda ancora più intollerante ed inverosimile. Sospetta anche la collaborazione con una nota multinazionale svedese d’arredamento, che si concede più volte in modo decisamente poco occulto. Un grande minestrone, dunque. Nelle note di produzione il co-autore Scott Neudtadter aggiunge con orgoglio di aver messo insieme musica e ballo, split-screen, un narratore e un uccellino-cartone animato. Se ne è anche consapevole, allora non ci sono proprio scuse.

Cherì

Il giovane e viziato Fred Peloux/Cherì (Rupert Friend) viiene spedito dalla madre Charlotte (Kathy Bates), che lo vede sempre più perduto tra ozio e vizi, dalla sua amica e rivale di vecchia data Madame Lea de Lonval (Michelle Pfeiffer). Lea è una splendida cortigiana che grazie alla su avvenenza e all’applicazione furba ed oculata dell’antica arte della seduzione si è costruita negli anni un patrimonio ed una sicurezza cher gli consentiranno un futuro tranquillo, toccherà a lei indirizzare il giovane allievo verso uno stile di vita meno eccessivo e domarne gli eccessi della gioventù. La convivenza galeotta e la passione faranno il resto, lei esperta e sensuale donna matura, lui giovane virgulto sprezzante e fascinoso che trova la sottile seduzione della contessa un elisir d’amore da cui non vi è scampo, entrambi saranno travolti dalla passione, nonostante la notevole differenza di età, si ameranno per sei lunghi anni vissuti in modo altalenante, con la sensazione di un amore a termine e di una relazione sempre in bilico. E il momento della verità arriva inesorabile, entrambi innamorati  dovranno rinunciare alla loro storia, perchè Madame Peloux ha piani ben diversi per il figlio, in questi anni ha cercato una degna e danarosa consorte per Cherì, e cosi è tempo di un fruttuoso matrimonio combinato con una ricchissima e giovane ragazza dell’alta società in età da matrimonio. Il regista Stephen Frears, a più vent’anni da Le relazioni pericolose e dopo averci regalato intriganti ritratti al femminile, basti ricordare la sorprendente Mary Reilly di Julia Roberts o la più recente Helen Mirren di The Queen, affronta stavolta un romanzo della scrittrice francese Colette con un tema ancor oggi alquanto insidioso, una storia d’amore tra una matura cortigiana e uno scapestrato diciannovenne. Frears sceglie ancora una volta la meravigliosa Michelle Pfeiffer che affronta con un gran piglio d’attrice un ruolo intenso e non semplice per una donna, ruolo che sonda l’età che avanza nonostante la bellezza sia ancora radiosa e la sensualità vigorosa e il tempo che inesorabilmente sovrasta passioni e desideri. Il film risulta così un solido ed elegante melò sentimentale in costume, con due splendide protagoniste, la Bates è luciferina quanto intrigante, la Pefiffer, perfetta e leziosa al punto giusto, incanta per classe e intensità. Il resto è una messinscena rigorosa, tanto formale quanto il regista inglese ci ha abituati in questi anni, tutto è funzionale alla storia e all’ambientazione, quindi se amate le storie d’amour fou e i film in costume, Cherì è decisamente il film che fa per voi.

2061 – Un anno eccezionale

La sua in riguardo all’Italia del futuro, in realtà, Enrico Vanzina già aveva avuto modo di dirla co-sceneggiando il dimenticato “Animali metropolitani”, il quale, diretto nel 1987 dal compianto papà Steno, ipotizzava un progressivo e grottesco ritorno dell’essere umano alla fase scimmiesca. Ora, affiancato in sede di script dal fratello Carlo, che firma la regia, e dall’attore protagonista Diego Abatantuono, ci trasporta nello stivale tricolore del 2061, assai lontano da quello voluto da Giuseppe Mazzini, Camillo Benso Conte di Cavour e Giuseppe Garibaldi, in quanto piombato in una sorta di cupo Medioevo in seguito ad una tremenda crisi energetica dovuta all’esaurimento delle scorte petrolifere. Uno stivale disunito e multietnico, quasi pre-risorgimentale, nel quale un gruppo di avventurosi patrioti intraprende un grottesco e picaresco viaggio al fine di unirsi alla resistenza ed arrivare a Torino per rifare il paese. Quindi, tra Sultanato delle due Sicilie e Granducato di Toscana, dove al potere mirano le fazioni dei Della Valle e dei Cecchi Gori, i fratelli Vanzina prendono dichiaratamente ispirazione dalla monicelliana “Armata Brancaleone” per denunciare su pellicola lo spacco a cui rischia di giungere una nazione in preda a regionalismo ed egoismo, con più di un riferimento a “Attila-Flagello di Dio” di Castellano e Pipolo e qualche analogia (probabilmente involontaria) con il quasi contemporaneo “Idiocracy” di Mike Judge, del quale rispecchia anche l’analitico sguardo ironico-pessimista. E, supportati da un nutritissimo cast all’interno di cui, al di là del già citato “terruncello”, spiccano il sempre grande Dino Abbrescia, un Emilio Solfrizzi più convincente del solito ed una divertente Sabrina Impacciatore “ochetta”, è in questo contesto, tra piccioni viaggiatori portatori di sms, immancabile parentesi romantica e look generale nostalgicamente legato ad una certa produzione di genere nostrana ormai scomparsa, che tirano in ballo esilaranti trovate (un numero della rivista “Nonna moderna” dedicato ai 100 anni di Raffella Carrà), deformazioni di nomi noti (Bifolco Quilici e Giulio Verme) e strizzate d’occhio al quartetto comico dei Gatti di Vicolo Miracoli (la presenza di Ninì Salerno ed una battuta su Umberto Smaila). Senza dimenticare la critica alla violenza emanata dai reality show ed un’apparizione in stile “Notte prima degli esami” per Enzo ”er Cipolla” Salvi e Mariano D’Angelo, nel corso di circa 100 minuti di visione il cui lato comico gioca soprattutto (e spesso bene) con i vari dialetti, mentre la struttura ed i risvolti della sceneggiatura finiscono per avere la meglio sulla regia, meno dinamica e più statica del consueto, seppur nella media ed in grado di affrontare satiricamente determinati argomenti in modo da fare invidia ad un certo cinema (auto)definito autoriale. Anche perché, tenendo in considerazione le incredibili capacità profetiche dei lavori di celluloide partoriti dalla progenie di Mr “Febbre da cavallo”, tra una risata e l’altra c’è soltanto da tremare di paura!

Drag Me to Hell

“Buffe case horror, spaventi, sequenze piene di suspense e qualche risata qua e là”: dopo la riuscitissima trilogia di Spider Man, Sam Raimi abbandona i fumetti e torna all’horror dopo sedici anni di assenza, in compagnia del fratello Ivan. “Drag me to hell”, in cantiere già dagli anni 90, è un horro r che fa paura divertendo: i personaggi, troppo ridicoli per essere veri, sdrammatizzano le scene clou, come se volessero ricordare allo spettatore che sta assistendo ad una messa in scena. Sguardi in macchina, la cinepresa che ruota intorno ai personaggi, lo stile fumettistico dei titoli di testa, le frequenti soggettive, inquadrature da brivido riportate alla Scary Movie, demoni ironici e vecchiette defunte che strappano i capelli e vomitano verde. Tutto, in questo film, ci riporta con i piedi per terra, facendoci ridere quando invece dovremmo tremare e coinvolgendoci più che mai nel racconto. Siamo a Pasadena, California, e Christine (Alison Lohman), la classica ragazza della porta accanto tutta cuore e ingenuità, è un’impiegata all’ufficio prestiti di un importante istituto di credito. Un giorno si presenta al suo cospetto l’anziana signora Ganush (Lorna Raver), chiedendole la proroga di un prestito per conservare la propria casa. Essendo stata malata, quest’ultima non aveva potuto far fronte ai propri debiti. Ma Christine, in attesa di una promozione a vicedirettore, decide di respingere la richiesta della zingara, andando contro la sua natura di brava ragazza (simile in tutto e per tutto alla Kirsten Dunst di Spider Man) e dimostrando così al capo il suo carattere irremovibile. La vecchia (strega sia nell’aspetto che per i poteri che possiede) decide così di vendicarsi, scagliando sulla giovane una maledizione che le farà vivere un vero e proprio inferno. Perseguitata da un demone di nome Lamia che tenta di trascinarla nell’oltretomba, Christine chiede aiuto a Rham Jas (Dileep Rao), un veggente che le predice un futuro nefasto e la mette in contatto con la sensitiva Shaun San Dena (Adriana Barraza). Quest’ultima tenterà, durante una seduta spiritica, di catturare la Lamia ed ucciderla. Ma le complicazioni sono alle porte: l’esperimento non va a buon fine e le forze del male prendono il sopravvento. A Christine rimane un’ultima possibilità per liberarsi dalla maledizione. “Drag me to hell” unisce in se stesso l’occidente e l’est europeo utilizzando un connubio di personaggi che mostrano le varie sfaccettature di due mondi così vicini eppur così diversi. Basti pensare alla signora Ganush, a Ram Jas e al palazzo moresco in cui Shaun San Dena cerca di catturare il demone: mobili francesi barocchi accanto a finestre moresche a mezzaluna e vetrate a mosaico donano alla stanza un aspetto inquietante tutto gitano. Ad essi si contrappongono Christine, il suo fidanzato Clay (Justin Long) e i genitori di quest’ultimo: personaggi che incarnano l’americano medio, “classicamente” occidentale. Si ispira molto, Raimi, al “Signore delle Mosche” di Golding (e successivamente di Brook e Hook): nel suo film infatti le mosche sono un motivo ricorrente e anticipano l’arrivo della Lamia mentre nel romanzo di Golding esse (e il maiale) rappresentano il diavolo. E la morale? Certo da un horror non ce la aspettiamo, ma invece c’è eccome: fino a dove è disposta ad arrivare una ragazza dai sani principi per preservare la sua incolumità? Il regista di Spider Man ci dimostra che le persone spesso non sono come sembrano.

La Piccola Bottega degli Orrori

Beh ragazzi ieri ho visto il B movie più brutto del mondo. La Piccola Bottega degli Orrori di Roger Corman. Tutta la storia gira attorno ad una pianta carnivora balorda che si nutre di uomini. Ma il film non fa paura (come potreste pensare leggendo il titolo), fa ridere!!! Scena peggiore: la pianta si mette a urlare “ho fameeeeeeee voglio la pappa”. No comment… robe brutttte…

La Piccola Bottega degli Orrori

The little shop of horrors sembra un film di Lubitsch filtrato dall’occhio orrorifico di Corman, a cominciare sin dal titolo, che richiama alle botteghe delle comiche tedesche del berlinese, ma anche e soprattutto a Scrivimi fermo posta : con The shop around the corner , infatti, La piccola bottega degli orrori condivide diversi aspetti, dall’ambientazione principale all’interno (appunto) di un negozio (felice tradizione del cinema comico che ha inizio con l’emporio di The butcher boy di Roscoe ‘Fatty’ Arbuckle), alla storia d’amore tra i due giovani commessi, al cognome di origine esteuropea del titolare del negozio (anche piuttosto assonanti, Matuschek in Scrivimi fermo posta , Muschnik nel film di Corman), alla tessitura di un variegato coacervo di situazioni e figurine surrealmente ironiche: le due presenze fisse del negozio di fiori, la signora Shiva e il signor Fouch, una perché ogni giorno le muore un parente, l’altro perché segue una particolare dieta a base di garofani e gardenie; la madre di Seymour (il giovane commesso creatore di Audrey jr., la pianta carnivora protagonista della vicenda), la cui più grande preoccupazione è che il figlio possa essere sano come un pesce, e che prepara deliziosi pasti a base di medicinali; le due ragazze che parlano quasi all’unisono, e così via.Il film comunque non si limita al solo omaggio, ma va oltre, poiché Corman si appropria artisticamente (da ottimo autore qual è) dell’idea e della sceneggiatura di Charles Griffith, per realizzare un’opera – come al solito – miracolosa visto il budget praticamente inesistente a disposizione. La leggenda narra che Corman girò tutto il film in due giorni e una notte, e senza neanche una preparazione troppo complessa… beh si vede!!! Comunque questo film piace a tutta la critica… non si sa come mai…

Una storia americana

Se non avete nulla ma proprio nulla da fare e vi va di vedere un film orrendo allora guardatevi questa pellicola di Godard, Una Storia Americana. Con tutto il rispetto pe ril re della Nouvelle Vague e considerando il fatto che io non sono certo Tullio Kezich, posso dire che, personalmente non ho apprezzato questo film per innumerevoli motivi: lento, banale, fintissimo, noioso e troppi troppi troppi dialoghi eterni. Sono proprio una “giovanottista”…

Una Storia Americana

Paula Nelson (A. Karina) arriva in città alla ricerca del fidanzato misteriosamente scomparso e forse ucciso. Per vendicarlo ucciderà più di una persona. Girato alla svelta e contemporaneamente al ben più interessante Due o tre cose che so di lei (di mattina l’uno, di pomeriggio l’altro) è un film che straripa di citazioni letterarie e filmiche hollywoodiane, usate per dire che ormai tutto è stato colonizzato dagli Stati Uniti. Caoticamente sperimentale, s’inabissa nelle spirali del linguaggio. Riferisce in modo volutamente confuso una confusa vicenda di spie e controspie, paragonabile al caso di Ben Barka, il leader della sinistra marocchina rapito in pieno centro a Parigi. Girato a Parigi e ambientato nell’immaginaria città francese di Atlantic City. E nota la battuta, sempre attuale, detta da P. Labro: “La destra e la sinistra non cambieranno mai, hanno gli stessi vizi: la destra perché stupida e corrotta, la sinistra perché è sentimentale”.

L’alba dei morti viventi

Inanzitutto non pensate di poter paragonare L’alba dei Morti Viventi (Dawn of the Dead) con il classico di George A. Romero. Sarebbe una mattanza critica. E non state a dibattere se gli zombi possono o meno correre, e come fanno a sopravvivere dopo essere stati dilaniati-bruciati-decapitati più volte, davanti ad un horror non ci si chiede quanto sia legittimo questo o quello ma ciò che ci spinge nella sala cinematografica è la voglia di emozioni forti, che ci facciano saltare sulla sedia, paura, terrore, ribrezzo. E queste sono emozioni, concetti, sensazioni difficili da filmare con uno stile videoclipparo, da bravo figliolo di MTV, come quello di Zack Snyder. Sono solo i primi minuti del film a illuderci che possa avvenire qualcosa, ma quando i nostri eroi entrano nel supermercato la sceneggiatura si sfalda, e parte l’inesorabile e noiosa orda di mostri e zombi. Neppure i personaggi ci lanciano una corda su cui aggrapparci, ridotti a monofunzioni stereotipate (il buono, il brutto, il duro, il sarcastico, la donna forte, la donna fragile…) perdono autorevolezza addirittura davanti agli zombi che al confronto sembrano pieni di vita cadendo spesso nel ridicolo. Niente riuscirebbe a salvare una pellicola pessima come questa:  la sceneggiatura ha le colpe maggiori (l’arrivo del camion con la carne da macello sembra uscito più da una sit-com venezuelana che da un horror) e neanche la regia riesce a creare uno sprazzo di atmosfera con cui avvicinare lo spettatore, manca una una colonna sonora accattivante, manca un senso alle azione e agli inseguimenti, confusi e incomprensibili, ma ciò che manca di più è la paura.  D’altronde il remake horror garantisce una trama già impacchettata, costa poco e incuriosisce gli adolescenti avidi di emozioni ad alto tasso adrenalinico. Ma quando saranno già selvaggiamente scopiazzati tutti i film degni di nota del passato si penserà a un re-remake?

Amore 14

Brutto da far paura, imbarazzante proprio Amore 14…Amor ch’a nullo amatoAmore 14 perdona… Se a Federico Moccia è permesso citare Salinger: “Questo è il mio Giovane Holden al femminile”, allora noi scomodiamo Dante. E anche Louisa Alcott, perchè Moccia, regista e adattatore del suo romanzo omonimo, sembra riscrivere pure lei: Piccole veline crescono, con i risultati che conosciamo. Al netto di ogni moralismo, Amore 14 è immorale e pure la censura se ne sarebbe dovuta accorgere: non basta mettere alla gogna un genitore autoritario e un prete impiccione, caro Moccia, per fare il liberale e/o libertario, se poi – ed è grave – si fanno vivere a dei 13enni i “peggio problemi” dei 17enni o giù di lì, dalla verginità di cui liberarsi il prima possibile alla ricerca della felicità, ovvero del punto G, che a quell’età non deve figurare proprio tra le priorità – c’è anche una perdibilissima tassonomia dell’organo maschile… E che dire, soprattutto, del vero Leitmotiv del film, ossia il consumismo (non a caso, il product placement è poco invasivo), variamente e vanamente esaltato quale unica ragione di vita? Non siamo solo noi a dirlo, grazie a Dio, ma gli stessi coetanei della protagonista Caro, che hanno assistito alla proiezione stampa (uscita formativa…) al Cinema Adriano di Roma: “Non siamo così stupidi, né abbiamo questi problemi”, riassume per tutti Chiara, dell’Istituto Seraphicum all’EUR. Costato 4 milioni e mezzo di euro (150.000 solo per la colonna sonora), Amore 14 ci presenta la 13enne Carolina detta Caro (Veronica Olivier, 19 anni e si vede), che passa le – utili – giornate tentando di rincontrare il ragazzo che l’ha conquistata, Massi (il simil Scamarcio Giuseppe Maggio, 19 anni nel film, 16 nella vita). Quando ha un po’ di tempo libero, invece, Caro parla di feste, amore e sesso con le migliori amiche Alis (Beatrice Flammini) e Clod (Flavia Roberto), cercando di tenere a bada la preoccupazione per il grande fratello (Raniero Monaco di Lapio, ex della celebre casa televisiva), aspirante scrittore in lite col padre. Che dire ancora? Per fortuna, papà infermiere e mamma (Pamela Villoresi) che stira garantiscono a Caro comunque un bel tenore di vita, ma quando serve qualcosa in più Alis vede e provvede che alla nostra pulzella nulla abbia a mancare. Che comunque, il fratellone insegna, non serve sbattersi più di tanto per avere un posto al sole: leggi Mercedes cabrio d’antan e houseboat sul Tevere, pagate facendo fotocopie in una casa editrice e servendo birre al pub – niente al confronto del 19enne Massi, che al primo appuntamento compra una stella a Caro e il telescopio per vederla! Con Moccia tutto è possibile, anche che Amore 14, che esce in 450 copie con Medusa, non sia l’ennesimo teen-blockbuster: noi lo speriamo, perché se è vero che non si può essere seri a 17 anni, nemmeno si può essere presi per i fondelli a 13.

3 commenti

  1. Complimenti ragazze, ottimo lavoro…scorrevole nella lettura e piacevole alla vista!

    Tuttavia ho notato che il nome del blog in alto risulta illeggibile il formato della pellicola 33mm, per via di una sovrapposizione di colori troopo chiari. Niente di drastico, ma con un’aggiunta di uno space si può risolvere.

    Le categorie di questo blog risultano essere interessanti, anche se non capisco il perchè di inserire solo due film fra gli intoccabili e gli inguardabili…io ne avrei una sfilza per entrambi!

    Nel complesso risulta essere un lavoro da blogghiste professioniste!

    Non mi rimane che complimentarmi ancora e auspicare un futuro roseo per voi abitanti della blogsfera!


    • Ciao! Grazie grazie🙂
      Dobbiamo ancora mettere apposto qualcosina, infatti le pagine de Gli intoccabili e Gli inguardabili dobbiamo ancora finirle e presto ci saranno tanti più film!

      Torna a dare un’occhiata tra un paio di giorni😉


  2. memento è bellissimo!!!!!!!!!!!!!!!!!



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