Archive for maggio 2010

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Tecnologia 3D: dal cinema alla televisione, fino ai pc. Sarà questo il futuro?

31 maggio 2010

I primi esperimenti di cinema 3D risalgono agli anni Cinquanta

Nelle sale ormai spopolano le rappresentazioni 3D: dai concerti (come quello di U2 3D, uscito lo scorso 26 aprile), ai film d’animazione (il prossimo ad uscire è Toy Story 3), fino ai film come Avatar e Alice in Wonderland. Roger Ebert, il critico cinematografico del Chicago Sun-Times, Premio Pulitzer, ha pubblicato un editoriale su Newsweek per dire la sua riguardo alla tecnologia 3D. Nel suo articolo, Why I Hate 3-D (And You Should Too), ovvero Perchè odio il 3D (E perchè lo dovreste fare anche voi), Ebert riassume in nove punti le sue perplessità su questa innovazione:

  1. Il Premio Pulizer Roger Ebert

    SI SPRECA UNA DIMENSIONE: La mente usa già il principio della prospettiva per strutturare la terza dimensione. Aggiungerne una artificialmente peggiora l’illusione della stessa mente

  2. NON AGGIUNGE NULLA ALL’ESPERIENZA: Le esperienze cinematografiche più coinvolgenti fino ad ora non sono state in 3D.
  3. PUO’ RAPPRESENTARE UNA DISTRAZIONE: Il regista con il 3D è privato di un prezioso strumento, quello della messa a fuoco per dividere tra primo piano e sfono l’immagine e attirare l’attenzione su un determinato particolare.
  4. PUO’ CREARE NAUSEA E MAL DI TESTA: il 3D produce un’esperienza visuale non famigliare e questo può creare problemi come nausea e mal di testa.
  5. I FILM 3D SONO MENO LUMINOSI: questo perchè molte sale cinematografiche non hanno ancora le tecnologie adatte, ovvero quella IMAX.
  6. STANNO SPECULANDO SULLA VENDITA DEI NUOVI PROIETTORI DIGITALI: alcuni studios non distribuiscono alle sale la versione 2D del film se queste non ne trasmettono una versione in tre dimensioni.
  7. GLI ESERCENTI AUMENTANO IL PREZZO DEI BIGLIETTI DI 5/7.5 DOLLARI: spesso sono i bambini a dire ai genitori di voler vedere i film in 3D, influenzati dalla pubblicità. Quindi questa tecnologia è una sorta di estorsione per questi genitori che decidono di accontentare i loro figli.
  8. NON RIESCO A IMMAGINARE UN FILM DRAMMATICO, COME THE HURT LOCKER O TRA LE NUVOLE, IN 3D: Il 3D sembra riservato ai film per bambini, l’animazione, o i film come Avatar di James Cameron, realizzato principalmente con i computer.
  9. OGNI VOLTA CHE HOLLYOOD SI E’ SENTITA MINACCIATA, SI E’ RIVOLTA ALLA TECNOLOGIA: IL SUONO, IL COLORE, IL WIDESCREEN, IL CINERAMA, IL 3D, IL SUONO STEREO, E ORA DI NUOVO IL 3D: Offrire un’esperienza irripetibile è stato sempre un obiettivo del cinema, ma le Tv 3D riavvicineranno cinema e casa.

A dare invece una visione positiva e una risposta alle critiche di Roger Ebert è Jeffrey Katzenberg, un produttore cinematografico statunitense che negli anni ottanta ha risollevato il reparto animazione della Disney e che oggi è co-fondatore con Steven Spielberg e David Geffen della casa di produzione DreamWorks. Il produttore, ospite in un programma televisivo statunitense, ha affermato:

«Il 3D migliora i grandi realizzatori e narratori, consentendo loro di immergerti in una storia, in maniera da aumentare le sensazioni e le emozioni che il regista crea nel suo racconto, perché è questo che fa la grande narrazione. Ti mette sulla sedia del protagonista, facendoti sentire minacciato. Se qualcuno rincorre Julia Roberts con una picozza, sei spaventato come lo è lei. […] Ora, dagli un nuovo strumento, che è quello che dà vita a questo mondo coinvolgente, in cui può mettere il pubblico al centro, e le cose diventano ancora più affascinanti». Jeffrey Katzenberg esalta il 3D, BadTaste.it

Jeffrey Katzenberg è il co-fondatore della Dreamworks

Ma ormai questa tecnologia ha invaso anche le nostre case e sentiamo sempre più spesso parlare di televisori che permettono una visione in 3D. Secondo Giovanni Toletti, project manager dell’Osservatorio new media e Tv del Politecnico di Milano, è ancora presto per i telespettatori acquistare un televisore di questo tipo:

«In effetti è un po’ presto per fare previsioni e noi stessi dell’Osservatorio stiamo raccogliendo dati e informazioni per impostare una ricerca ad hoc che uscirà quest’anno. Quello che posso dire è che è un po’ presto per acquistare una Tv 3D, almenoché non si sia appassionati e addetti ai lavori». Mi metto il 3D in salotto, Agnese Ananasso, Repubblica.it

Come afferma Toletti, ciò è dovuto al fatto che «Per la massima resa del 3D servono contenuti in 3D e non ce ne sono ancora: occorre aspettare i Mondiali di calcio. Infatti grazie a un accordo con Sony la Fifa trasmetterà 25 partite in 3D. Per farlo Sony metterà a disposizione dei cameraman delle videocamere professionali per effettuare riprese in 3D». Mentre parlando di quale possa essere il futuro dopo la televisione 3D, il project manager afferma: «Si parla già di Tv olografica, forse tra 4-5 anni. Sembra azzardato, come sembrava azzardato nel 2006 parlare della commercializzazione della Tv 3D nell’arco di 4-5 anni. Eppure eccola qui».

Samsung, Panasonic e Sony parlano già di ecosistema della tecnologia a tre dimensioni e intendono il fatto che per la riproduzione di film e giochi 3D, il televisore rimane l’apparecchio principale ma attorno a questo giocano una parte fondamentale i lettori Blu-ray e le console di gioco, i sistemi di home cinema, i prodotti video digitali (macchine fotografiche e camcorder) e i personal computer. Pare quindi che ben presto anche la domanda di pc con capacità tridimensionali è destinata ad aumentare. Come scrive Gianni Rusconi su Il Sole 24 Ore:

La tecnologia tridimensionale, in buona sostanza, si avvia a diventare in tempi relativamente brevi una caratteristica standard nella dotazione di desktop e notebook, anche se non tutte le macchine con a bordo un’unità grafica compatibile saranno a tutti gli effetti in grado di riprodurre immagini in tre dimensioni. Per farlo dovranno essere equipaggiati con monitor particolari ed essere utilizzati in combinazione con gli immancabili occhialini. Computer 3D: fra quattro anni il boom, Gianni Rusconi, Il Sole 24 Ore

Insomma, sembra che dovremmo abituarci ai pro e ai contro di questa nuova tecnologia 3D, che pare ci accompagnerà nei prossimi anni, contaminando anche i nostri televisori e i nostri personal computer.

Approfondimenti:

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La Papessa, la leggenda misteriosa del Papa donna

31 maggio 2010

Un'immagine del film La Papessa

E’ veramente esistito un Papa donna? La storia di Papa Johannes Anglicus rappresenta un affascinante mistero della storia. La sua esistenza è entrata nella leggenda e ora un film, La Papessa (nelle sale dal 4 giugno), la porta sullo schermo. Il film è tratto dal romanzo Pope Joan, scritto dall’americana Donna Woolfolk Cross, che ha venduto milioni di copie. A raccontare al cinema quest’avvincente storia di una donna che lotta con coraggio contro i pregiudizi e il patriarcato religioso, è il regista Sönke Wortmann, mentre Joan è interpretata dalla bravissima attrice tedesca Johanna Wokalek (già vista ne La banda Baader Meinhof).

Siamo nell’814 d.c. e la piccola Johanna vive una vita misera con i genitori, ma è assetata di conoscenza e impara a leggere e a scrivere anche contro le regole imposte dal padre. Un maestro, Aesculapius, si accorge delle sue doti e la chiama nella scuola nella cattedrale di Dorstadt, dove conosce il Conte Gerold, nobiluomo alla corte del vescovo. Quando Gerold parte per la guerra, Johanna prende la decisione di travestirsi da uomo facendosi chiamare Fratello Johannes, e riesce ad entrare nel monastero benedettino di Fulda, dove vivrà facendo il medico e guadagnandosi la stima di tutti.

Quando la sua vera identità sta per essere scoperta, Johanna fugge a Roma dove incontra di nuovo Gerold e capisce di essere innamorata di lui. Ma Johanna continua a fare carriera nelle gerarchie ecclesiastiche, e alla morte di Papa Sergius, viene nominata suo successore, tra l’esultanza del popolo e l’ostilità delle gerachie ecclesiastiche.

A più di un millennio di distanza è praticamente impossibile dimostrare o confutare la sua esistenza: il suo pontificato è citato in più di 500 cronache, comprese quelle  di autori rinomati quali Petrarca, Boccaccio e Platina, il famoso bibliotecario pontificio, ma molti storici considerano la sua poco più di una favola. Che resta comunque molto affascinante.

Un'altra scena del film

La papessa Giovanna avrebbe regnato sulla Chiesa dall’853 all’855. È considerata dagli storici un mito o leggenda medioevale, probabilmente originato dalla satira antipapale, che ottenne un qualche grado di plausibilità a causa di certi elementi genuini contenuti nella storia.

Secondo la narrazione, era una donna inglese, educata a Magonza e vestita in abiti maschili che, a causa della natura convincente del suo travestimento, divenne un monaco con il nome di Johannes Anglicus. Venne eletta dopo la morte di papa Leone IV (17 luglio 855) in un’epoca in cui l’investitura del papa avveniva in modo fortuito, prendendo il nome di Giovanni VIII.

La papessa era sessualmente promiscua e rimase incinta da uno dei suoi tanti amanti. Durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, quando il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il Pontefice. Il cavallo reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma dell’esperienza portò “papa Giovanni” ad un violento travaglio prematuro.

La papessa Giovanna

Scopertone il segreto, la papessa Giovanna venne fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Venne sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. Questa strada venne (apparentemente) evitata dalle successive processioni papali – anche se quando quest’ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo, il papato era ad Avignone, e non c’erano processioni papali a Roma.

Sempre secondo la leggenda, a Giovanna successe papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall’855 al 7 aprile 858. Il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito utilizzato da un altro papa Giovanni VIII (pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882).

Parte essenziale della leggenda è un rito mai svoltosi, ma fantasticato dal popolo e ripreso, con molto gusto, da autori protestanti del Cinquecento in chiave anti romana: s’immaginò che ogni nuovo papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo per assicurarsi che non fosse una donna travestita (o un eunuco). Questa verifica avrebbe previsto il sedersi su una sedia di porfido rosso dotata di un foro. I diaconi più giovani presenti avrebbero tastato quindi sotto la sedia per assicurarsi che il nuovo papa fosse stato un maschio.

Die Papstin, nelle sale dal 4 giugno

 Per saperne di più…

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Manovra finanziaria: tagli alla cultura, il Centro Sperimentale di Cinematografia a rischio

31 maggio 2010

I tagli della manovra finanziaria saranno letali per molti enti culturali

La manovra finanziaria colpisce la cultura e prevede di tagliare i fondi statali a 232 enti culturali, che rischiano in questo modo la chiusura. Tra di loro c’è il Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC), ovvero una scuola di cinema, una biblioteca e una cineteca apprezzate a livello internazionale e che costituiscono una preziosa risorsa culturale del nostro paese. Nell’articolo 7 (comma 22) del “Decreto legge recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” si legge che a decreto approvato «lo Stato cessa di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi». Poi segue un elenco con 232 nomi, tutti importanti, molti di fama internazionali, praticamente tutti legati per la loro sopravvivenza alle sovvenzioni statali. Francesco Alberoni, presidente del CSC e della Cineteca nazionale lancia l’allarme:

«L’allegato – spiega Alberoni – con la lista delle istituzioni che non riceverebbero più i finanziamenti indica il Centro sperimentale di cinematografia al punto 137 ed è molto chiaro. Si legge infatti che “lo Stato cessa di concorrere al finanziamento” ma poiché il nostro è il caso di una di quelle istituzioni che sono totalmente finanziate dallo Stato (10 milioni di euro, ndr) significherebbe sparire. E con noi sparirebbe la Cineteca nazionale che conserva e restaura tutti i film italiani.» “A rischio l’arte e i tesori del cinema”, Repubblica.it

La facciata del Centro Sperimentale di Cinematografia

Il Centro Sperimentale di Cinematografia, fondato nel 1935, è la più importante istituzione italiana di insegnamento, ricerca e sperimentazione nel campo della cinematografia, intesa nel suo senso più ampio: film, documentario, fiction, animazione. Fra le sue finalità vi sono lo sviluppo dell’arte e della tecnica cinematografica e audiovisiva a livello d’eccellenza attraverso due distinti settori: la Scuola Nazionale di Cinema, che ha la sede principale a Roma e sedi distaccate in Piemonte, Lombardia e Sicilia si pone come missione lo sviluppo dell’arte e della tecnica cinematografica ai massimi livelli; e la Cineteca Nazionale, che conserva il patrimonio filmico italiano (circa 80.000 film di cui 2000 disponibili per la diffusione culturale) e si occupa della conservazione, l’incremento e il restauro delle opere. Dal CSC provengono alcuni dei più grandi personaggi italiani legati al cinema, tra i quali Michelangelo Antonioni e Alida Valli, ed anche oggi gran parte dei nomi che contano sono formati da questa scuola: dalla generazione di Bellocchio e della Cavani a quella di Verdone, Virzì, Archibugi, così come gli attori Riccardo Scamarcio e Alba Rorhwacher.

«Anche in termini semplicemente economici – dice Alberoni – cancellare il CSC significherebbe distruggere un patrimonio di decine e decine di milioni di euro, una cifra ben più consistente dei dieci milioni che lo Stato assegna ogni anno al CSC. Presso la Cineteca nazionale infatti sono conservati migliaia e migliaia di pellicole che richiedono un trattamento particolare. I film devono essere custoditi in appositi “cellari” a temperatura ed umidità costante per evitare il deterioramento. Tutto ciò richiede costi per il personale, per l’acquisto delle apposite strutture e per il pagamento delle bollette elettriche. Senza soldi saremmo semplicemente costretti a spegnere gli interruttori e mandare al macero i film.» Il Centro sperimentale senza fondi. Così il Paese perde la sua memoria, Repubblica.it

Ma oltre al CSC sono moltissime altre le istituzioni culturali che subiranno gravi danni a causa di questi tagli. Tra gli enti che rischiano la chiusura vi sono anche la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma, l’associazione musicale Giovanile (Agimus) e l’Associazione nazionale combattenti e reduci, la società Geografica italiana e le fondazioni Adriano Olivetti di Roma e quelle milanesi Arnoldo e Alberto Mondadori e Giangiacomo Feltrinelli, nonché il museo Poldi Pezzoli. Ma ci sono anche le fondazione Arena di Verona e festival dei Due mondi di Spoleto,  le fondazioni Gioacchino Rossini di Pesaro, Giorgio Cini di Venezia e l’Istituto Gramsci di Roma. Ma anche la fondazione Lirico-sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e il Gabinetto Vieusseux di Firenze. Molti di questi enti hanno fatto appello al Presidente Napolitano per non restare falciati sotto la scure della manovra, soprattutto dalle istutizioni che vivono esclusivamente grazie ai finanziamenti statali.

Sono state ovviamente forti le reazioni ai tagli previsti dalla manovra finanziaria. Ecco le dichiarazioni dell’assessore regionale alla cultura dell’Umbria, indignato per i tagli al Festival dei Due mondi si Spoleto:

Dal mondo della cultura si è levato subito un grido di dolore, di richiesta di interventi del presidente Napolitano ma anche di accuse. «I tagli sono un segno d’inciviltà di un Governo che ritiene inutili le spese per la cultura» per l’assessore regionale dell’Umbria alla cultura, Fabrizio Bracco, che considera «da valutare soprattutto le conseguenze di questa scelta per la Fondazione del Festival dei Due mondi di Spoleto. Decidendo tagli di fondi per istituzioni come il Festival di Spoleto il Governo non coglie neanche il valore economico e di attrattiva dal punto di vista turistico e culturale, preferendo invece sparare a zero su investimenti considerati, a torto, improduttivi». Tagli alla cultura: definanziati 232 enti. Bondi: no a riduzioni indiscriminate, Il Messaggero.it

Il ministro Sandro Bondi

Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, dichiara di non essere d’accordo con i tagli indiscriminati anche ad enti di pregio ed eccellenza: «Condivido l’esigenza di una manovra che imponga sacrifici a tutti ma non sono d’accordo con i tagli indiscriminati alla cultura, specie se la lista degli istituti tagliati dal finanziamento pubblico contiene eccellenze italiane riconosciute nel mondo.» Ad intervenire contro questi tagli sono anche molti artisti, tra di loro la cantante Ornella Vanoni, che afferma: «La cultura è sempre stata la prima a rimetterci. Purtroppo. … Ci sono stipendi degli italiani che sono irrisori e poi vedo politici, che per aver fatto due legislature, si prendono sette mila euro per tutta la vita. Allora togliamo i soldi a quelli lì e diamoli alla cultura». Anche Antonello Venditti esprime le sue critiche riguardo alla manovra e alla casta dei politici: «Se si toccano le cose di eccellenza allora è proprio finita. … La nostra capacità di pensare al futuro è sempre più ridotta, almeno da parte dei nostri governanti».

Approfondimenti:

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Giornalisti, grazie a tutti voi

30 maggio 2010

Cari lettori, mi permetto di staccarmi un attimo dall’argomento “cinema” per utilizzare, una volta soltanto, questo blog per dire GRAZIE ad alcune persone speciali. Il mio percorso universitario è quasi giunto al termine e probabilmente mi trasferirò a Milano o chissà dove per la specialistica. Nuova vita, nuova città, nuove persone… e gli amici? Tre anni sono volati in fretta e porterò sempre nel cuore gli splendidi ricordi che i miei compagni mi hanno regalato. Insieme siamo cresciuti, ci siamo arrabbiati e abbiamo gioito. Insieme abbiamo riso, abbiamo bevuto e abbiamo discusso. Insieme siamo diventati adulti ed ora dobbiamo separarci… ognuno andrà per la sua strada portandosi addosso il bagaglio di esperienze che insieme abbiamo condiviso.

Regalo a tutti loro un piccolo pensiero perchè si ricordino sempre di questi anni trascorsi insieme, perchè non dimentichino la fantastica sebbene non troppo funzionale Università di Trieste e il mitico corso di Giornalismo. Un regalo per avere sempre nel cuore i migliori anni (spero) della loro vita…

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Easy Rider. E’ morto Dennis Hopper, l’americano ribelle

30 maggio 2010

Dennis Hopper

Dennis Hopper è il regista, nonché interprete,  dell’ avvincente opera prima “Easy rider” ,  lungometraggio del 1969 che passerà alla storia per aver saputo ritrarre  la sintesi della  cultura e l’amore per la libertà degli hippy, movimento giovanile che  influenzò il pianeta negli anni  60’ e ’70. “Easy rider” narra il viaggio di due motociclisti alla scoperta dell’America, con l’unico scopo di conoscere e “vivere”, sorretti dalla voglia di evasione dal perbenismo borghese.

Interessante è rimarcare come “Easy rider” non avesse un vero copione, ma  gran parte dei dialoghi furono  improvvisati. Affiancarono un Dennis Hopper con barba e capelli incolti, vestito di cenci e tic; un giovane e straordinario Jack Nicholson e un altrettanto straordinario Peter Fonda. Il film è stato pluripremiato al ventiduesimo Festival di Cannes e nel 1998 scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Hopper, Nicholson e Fonda in Easy Rider

In seguito Dennis Hopper fu nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista per “Colpo vincente”. E’ stato una personalità effervescente e anticonformista, vestiva quasi sempre da cow boy, anche durante le cerimonie.   Amava la fotografia e le sculture in plexiglas,  faceva mostre a Spoleto e New York.  Perfetto nelle interpretazioni più famose:  “Gioventù bruciata” con James Dean, “L’amico americano” di Wenders, “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola, “Velluto Blu” di David Lynch, “Una vita al massimo” di Tony Scott.

Effervescente nella vita privata, ha avuto cinque mogli, tutte attrici:  Brooke Hayward, Michelle Philips, Daria Halperin, Katherine La Nasa, Victoria Duffy. Rimproverava l’ultima di non lasciarle vedere, dopo la separazione, la figlia di sei anni. Il suo male gli ha impedito di presentarsi in tribunale per la causa.

Un giovanissimo Hopper

Politicamente è stato un repubblicano ma, capace di cambiare idea, nelle ultime elezioni ha appoggiato con  fervore Barack Obama, motivando questa scelta  con le delusioni provocategli da George W. Bush e dalla candidatura di Sarah Palin come vicepresidente repubblicano nel 2008.

Nell’ottobre 2009 il suo manager aveva reso noto che Hopper soffriva di cancro alla prostata. L’attore  aveva cancellato tutti gli impegni lavorativi per concentrarsi sulle cure mediche: il 26 marzo 2010 pesava 45 chili ed è  stato dichiarato in fase terminale. Non è però voluto mancare alla consegna della stella con il suo nome sulla “Hollywood walk of fame”  insieme all’amico  di sempre Jack Nicholson. La morte lo ha colto il 29 maggio a Los Angeles all’età di 74 anni.

Al di là dei riconoscimenti, la sua perdita ha toccato il cuore di quelli che lo rammentano per ciò che ha simboleggiato in Easy rider: giovinezza  controcorrente,  libertà difficile a viversi. Raccontano che Hopper fosse insofferente e insoddisfatto perché i riconoscimenti finirono con quel film: nella vita però, per essere ricordati, non è necessario fare il massimo, bensì la cosa giusta.

In onore dell’attore americano, è nata “Segni dei tempi”, una mostra composta da fotografie per lo più inedite che ritraggono gli idoli e le popstar di quegli anni insieme a produttori cinematografici, artisti, amici, amanti o persone assolutamente sconosciute.

La locandina di Segni dei Tempi

Tra le strade dell’America Dennis Hopper ha registrato sulla pellicola alcuni dei momenti più importanti e intriganti della sua generazione attraverso un occhio attento e intuitivo, riuscendo a trasferire in immagini il clima culturale e politico di anni di forte contestazione, documentando Martin Luther King durante la marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery in Alabama ma anche il Paul Newman di Nick Mano fredda o la prima esposizione di Andy Warhol, tutti momenti epici di quella irripetibile decade che furono gli anni 60 in America.

Questo lavoro di Dennis Hopper sembra più una pellicola in movimento che non una serie di fotografie immobili, una descrizione viva che si traduce in un nuovo linguaggio espressivo più vicino al cinema che non alla staticità della fotografia, un’esplorazione delle capacità di questo grande personaggio, tenuto molto spesso ai margini dell’establishment culturale di Hollywood, ma che sicuramente risulta una delle menti più affascinanti del panorama culturale americano.

Il ritratto di Hopper creato da Andy Warhol

Pochi sanno che oltre che attore e regista Dennis Hopper era anche un raffinato collezionista d’arte e un apprezzatissimo fotografo. Era stato un altro attore «cattivo» sullo schermo e coltissimo nella vita privata, Vincent Price, a instillargli il gusto per l’arte contemporanea. E aveva fiuto. Comprò infatti un paio di opere di Andy Warhol per 75 dollari (Warhol in cambio fece per lui un ritratto) e della sua collezione facevano parte altri capolavori di personaggi del calibro di Roy Lichtenstein, Jasper Johns e Jean-Michel Basquiat, acquistati prima che diventassero famosi. Uno dei suoi riti, oltre alla lettura (amava molto Nietzsche), erano i giri nelle gallerie alla ricerca di nuovi talenti artistici.

Molte le mostre di fotografia dedicate a Hopper in ogni parte del mondo, mentre la Taschen ha fatto una edizione limitata di 1.500 esemplari autografati delle sue fotografie degli anni Sessanta. Ci sono le celebrità, si, ma negli scatti, rigorosamente in bianco e nero, di Dennis Hopper c’è spazio anche per la vita di tutti i giorni.

Tutto su Dennis Hopper:

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Classifica 2010 degli abiti più glamour della storia del cinema… e molto altro!

30 maggio 2010

Quali sono gli abiti che hanno fatto la storia del cinema? Ci sono moltissime celebrities, a partire da Audrey Hepburn, che ci hanno regalato dei look da sogno, entrati nell’immaginario collettivo e che anche a distanza di moltissimi anni sanno regalarci ancora grandi emozioni, diventando dei capi must haveche sembrano valicare i confini spaziali e temporali, diventando degli evergreen che le fashion addicted non possono ignorare. Lovefilm, una società di noleggio di Dvd, ha condotto un sondaggio sul miglior vestito femminile nella storia del cinema. Un sondaggio che ci porta a ripercorrere anche la storia della moda… 

Ecco allora la top ten degli abiti che hanno fatto la storia del cinema: 

1. Al primo posto troviamo l’abito indossato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, il celebre tubino nero di Givenchy, sfoggiato con lunghi guanti neri ed una collana di perle. Un film del 1961 che ancora ci fa sognare, non trovate? “Audrey Hepburn è veramente riuscita a trasformare quel semplice tubino nero in un simbolo assoluto di moda e di stile, capace di resistere alla prova del tempo”.

Audrey Hepburn

2. Sul secondo gradino del podio, troviamo invece l’abito in seta verde di Jacqueline Durran indossato da Keira Knightley in Atonemen.

Keira Knightley

3. Medaglia di bronzo per l’abito bianco di Marilyn Monroe indossato nel film “Quando la moglie è in vacanza”: un abito che e’ diventato un’icona!

Marilyn Monroe

4. Subito fuori dal podio, troviamo il bikini sfoggiato da Ursula Andress nel film “007 – Licenza di uccidere”, datato 1962. Un costume da bagno che ha fatto la storia…

Ursula Andress

5. Al quinto posto troviamo l’abito da sera in oro, indossato da Kate Hudson nel film del 2003 “Come farsi lasciare in 10 giorni”.

Kate Hudson

6. In sesta posizione, troviamo nuovamente Audrey Hepburn, questa volta con il vestito bianco, impreziosito da pizzo, visto in “My Fair Lady”.

Di nuovo Audrey Hepburn

7. Subito dopo troviamo i leggings neri, abbinati ad un paio di zoccoli rossi e ad un corpetto, che visto sul corpo di Olivia Newton-John in Grease.

Olivia Newton John

8. Ottava posizione per Raquel Welch e per il suo look in “Un milione di anni fa”

Raquel Welch

9. Nona posizione, invece, per il corpetto di Nicole Kidman nel meraviglioso “Moulin Rouge”.

Nicole Kidman

10. Chiude la classifica, Sarah Jessica Parker con l’abito da sposa di Vivienne Westwood che Carrie Bradshaw ha indossato in Sex and the City. Ma visto che siamo in tempi da Sex and the City 2, le quattro stilose di New York si devono accontentare della decima posizione, anche se in questo caso l’abito votato è quello del primo film.

Sarah Jessica Parker

E a proposito di look che hanno segnato un’epoca, un altro sondaggio, questa volta della casa di moda Offers Supermarket, ha, invece, incoronato il miniabito con la Union Jack orgogliosamente mostrato dalla ex Spice Girls, Geri Halliwell, ai Brit Awards del 1997 come il vestito-icona degli ultimi 50 anni. A seguire, il celeberrimo Versace con le spille da balia indossato da Liz Hurley alla prima londinese di Quattro matrimoni e un funerale con l’allora fidanzato Hugh Grant e il famoso abito bianco di Marilyn, confermato al terzo posto come nel precedente sondaggio.

Liz Hurley

Ma a dimostrazione che se “la moda è mobile” almeno quanto la donna, i sondaggi lo sono ancora di più, ecco che il tubino nero di Audrey Hepburn qui scivola fuori dal podio, assestandosi in quarta posizione, appena sopra l’architettonico overcoat bianco, a balze di seta foderate di neoprene, portato con ironica nonchalance da Lady Gaga ai Brit Awards di quest’anno e creato per lei dallo stilista italiano Francesco Scognamiglio, in omaggio al collega scomparso Alexander McQueen

Lady Gaga

Non di soli abiti brilla una star di Hollywood. Ma di certo il look aiuta molto. Se volete scoprire la borsetta più cool, il copricapo di moda, le scarpe più eccentriche o i vestiti più belli delle attrici più popolari e di altre donne dello spettacolo ecco per voi un sito che è un vero tempio della moda da star. Si chiama WhoWhatWear.com e basta cliccarci sopra per sfilare i vestiti alle dee del cinema. Su questo meraviglioso sito americano troverete ogni giorno i capi più alla moda visti addosso alle star, ma anche le tendenze più cool – per esempio, passeggiare con cani di piccola taglia al seguito – gli accessori assolutamente da avere, i dettagli da red carpet e i prodotti per la bellezza e il make up, le acconciature e i tagli di capelli. Vera chicca del sito sono poi i post dedicati allo stile dei film. Io per esempio adoro quello su Il talento di Mister Ripley, dove trovare fragranze, bikini, occhiali e uno splendido e bastardo Jude Law per raccontare di una moda stile Capri e molto sbarazzina. Visitate anche voi WhoWhatWear, per un sano quarto d’ora di frivola celebrità… 

Il talentuoso Mr Ripley

Per quanto riguarda l’uomo la barba sta avendo il suo riscatto! Sarà… ma la barba lunga, selvaggia, folta, sfoggiata con uno sguardo che promette rozzezza piace e non passa mai di moda. Donne e uomini ne vanno matti! L’uomo si sente più uomo, la barba lo aiuta, sono finiti i tempi in cui ci si depilava ovunque, ora la vera tendenza è essere naturali, primitivi, trasandati/chic. Trentenni e quarantenni scelgono di radersi sempre meno, preferiscono curare una barba lunga, averla lucida, nera o sale e pepe che sia, insomma finalmente gli uomini si piacciono con la barba e… piacciono a loro volta… Basta guardarsi intorno, non solo i belloni del cinema, ma anche tra  la gente comune, su tre uomini, due hanno la barba volutamente incolta.  

Abbinata ad una magliettina sfrangiata o scollatissima e giubbotto di pelle (mai over) o semplicemente ad una camicia e un jeans scuro… la barba completa il tutto. Ma attenzione deve sembrare selvaggia… curarla è necessario… la barba chic dona l’aria di essere impegnati, di vivere troppo per avere il tempo di radersi… ma aggiungerei, svelando una mia debolezza… è molto erotica! 

Greg Vaughan

Greg Vaughan (Dallas, 15 giugno 1973) è un attore statunitense. È divenuto famoso nel ruolo di Dan assunto nella seconda stagione della serie televisiva Streghe. Successivamente entra nel cast della soap statunitense General Hospital.  

Viso pulito e, se si può dire per uomo, “acqua e sapone”, oggi l’attore sfoggia un look decisamente più da uomo, più maschio, mostrando folta barba e pelo del petto in vista. Che sia una nuova moda tra gli attori americani ?
Sta proprio tornando di moda l’uomo barbuto… 

Clicca qui per sapere tutto sullo stile delle star hollywoodiane!

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Sex and the City 2: tutto ciò che le donne vogliono

29 maggio 2010

Le quattro amatissime protagoniste di Sex and the City

Lusso, divertimento, amore e scintillio: tutto ciò che una donna può desiderare è raccolto in questo film. Dalla grandiosa cabina-armadio piena di vestiti e scarpe firmate nel lussuoso appartamento a New York, alla vacanza ad Abu Dhabi con le tue migliori amiche, ovviamente offerta dallo sceicco di turno. Ma anche una grandissima amicizia che lega le quattro protagoniste e l’amore che ognuna di loro vive giorno per giorno in modo diverso. Sex and the City 2 è un film al femminile, che probabilmente piace e piacerà solo alle donne, d’altra parte esattamente come il telefilm che ha dato inizio alla storia di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte.

Io ed Elena al cinema prima dell'inizio del film

Ieri sera io ed Elena siamo andate a vederlo al cinema, ovviamente la sala era piena e tutta al femminile. Non sono mancati i commenti ad alta voce quando le invidiate protagoniste sfoggiavano magnifici abiti e scarpe da urlo, ma non era il solito vociferare fastidioso che a volte disturba gli altri spettatori in sala, bensì una partecipazione che è sfociata in un applauso nella scena in cui Samantha, accaldata dagli effetti della menopausa, ha rovesciato per sbaglio il contenuto della sua borsa nel bel mezzo di un mercato arabo, spargendo per terra una pioggia di preservativi (chi conosce il personaggio sa che non sarebbe potuto capitare niente di diverso!). Certamente è un bel film, soprattutto per chi ha seguito le serie televisive precedenti e che quindi è a conoscenza dei trascorsi dei vari personaggi. Per le fan del telefilm sembra infatti di andare a chiacchierare con quattro vecchie amiche, che non si vedono da qualche anno, e che ti raccontano che cosa hanno combinato in questo tempo.

Di certo un film del genere non è adatto al sesso maschile, infatti è praticamente ovvio trovare molti critici che stroncano questo nuovo capitolo di Sex and the City. Certamente lo humor maschile e femminile è molto diverso, anche questo contribuisce a non far apprezzare agli spettatori uomini le battute e l’ironia delle ragazze in questo film e ovviamente nemmeno negli episodi televisivi. Ma ovviamente c’è qualche eccezione anche tra le donne, per esempio Carlotta Niccolini ha recensito con queste parole il film su Corriere.it:

Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono invecchiate, ma non è questa la loro colpa, al di là dell’eccesso di botox, trucco e parrucco: è che il film, semplicemente, è un polpettone di una noia mortale. … L’altra sera all’Odeon di Milano il parterre di giornaliste e blogger modaiole ha applaudito a più riprese, ridendo a crepapelle per battute come «che bello, sono in vacanza da cinque minuti e già mi offrono qualcosa da mettere in bocca» (Samantha in aereo a una hostess). Sex and the City 2, 145 minuti di noia, Carlotta Nicolini, Corriere.it

Ma di tutt’altro parere è, per esempio, Chiara Simonelli, professore associato di psicologia dello sviluppo sessuale e affettivo all’università Sapienza di Roma, che considera Sex and the City un prodotto geniale. Ecco perchè:

Creative e distratte, iperorganizzate e maniache del lavoro, sempre controllate e fan del fitness, ce n’é per tutti i gusti. Al centro della storia, infatti, “ci sono quattro personaggi icona di quattro modi di essere donna”. Che ormai sono diventati quasi reali, vengono chiamati per nome e mitizzati dalle fan “anche italiane, perché Sex and the City è un prodotto geniale – dice la Simonelli all’Adnkronos Salute – che offre uno spaccato di vita vicino alla realtà delle donne di oggi, dai 30 anni in poi. Il tutto condito da molta ironia, anche nella visione del sesso e del rapporto con gli uomini.” Sex and the City 2, lo psicologo: “Nel film quattro modelli di donna moderna”, Adnkronos.com

Certamente è un prodotto geniale se non altro dal punto di vista del marketing, oltre ad aver sbancato i botteghini in patria – secondo le cifre aggiornate dalla stessa Warner Bros sono 14.3 i milioni di dollari incassati in 24 ore – sono moltissimi i marchi e i prodotti che creano una linea dedicata alla serie tv.

I quattro cocktail creati da Moet & Chandon per Sex and the City 2

Per esempio, Moet & Chandon ha creato quattro cocktail d’eccezione rigorosamente a base di champagne che si ispirano alle quattro celebri protagoniste del film. Fashionista, Socialite, Player e Bombshell, questi i nomi dei quattro cocktail firmati Sex and the City 2 e creati dalla Maison per celebrare e mettere in risalto le diverse personalità delle quattro amate ragazze. Anche Swarovski ha realizzato una linea di gioielli dedicata al film, secondo Nadja Swarovski, vicepresidente della Comunicazione Internazionale del brand, questo marchio è perfetto per il favoloso quartetto e rappresenta tutto ciò che il film evoca: moda, glamour, femminilità e una forte personalità di stile.

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